gli articoli di Marco Travaglio su L'Unità
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venerdì, 11 marzo 2005

Clemente J. Manidiforbice

 Giù le mani da Clemente J. Mimun. Il direttore del Tg1 è sotto attacco. La redazione è in subbuglio, le opposizioni lo vogliono cacciare. Lo accusano, pensate un po', di non dare le notizie. Come se fosse compito suo. Dev'essere la prima volta, dopo tanti anni di onorata carriera in Rai, poi al Tg5, poi al Tg2 e infine al Tg1, che si sente rivolgere questa bizzarra richiesta: dare notizie. E che c'entra lui? Al Tg2 è rimasto celebre il caso dell'inviato Francesco Vitale, che pretendeva di raccontare la motivazione dell'assoluzione di Andreotti per insufficienza di prove, piena di condotte gravissime: il suo servizio fu doppiato da una voce fuori campo che beatificava il senatore a vita. Ma il meglio di sé Clemente J. lo diede sui fatti di Genova: un cineoperatore ficcanaso osò filmare 20 minuti di pestaggi della polizia su un gruppo di ragazzine con le mani alzate che urlavano: «Siamo delle Acli, siamo delle Acli!». Fortuna che c'era, a vigilare, l'inviato mimuniano Maurizio Crovato, che giudiziosamente imboscò il filmato. Venne subito promosso capo della redazione Rai di Venezia (dove, ora, è candidato a sindaco). Quel video esplosivo fu poi utilizzato da un inviato del Tg1, Bruno Luverà, per un servizio choc che gli valse il Premio Saint Vincent dalle mani del presidente Ciampi. Pensava, l'ingenuo Luverà, che fosse un riconoscimento per il suo buon lavoro. Invece era una macchia indelebile. Infatti, poco dopo, Mimun arrivò al Tg1 e lo emarginò, costringendolo a fare causa. In compenso, promosse alla conduzione del primo telegiornale (si fa per dire) Attilio Romita e Susanna Petruni, che avevano amorevolmente seguito Berlusconi in tutto l'orbe terracqueo. Quando il Cavalier Crescina diede del kapò nazista a Martin Schulz, la Petruni pensò bene di non mandare in onda l'audio, così il Tg1 fu l'unico notiziario (si fa sempre per dire) al mondo a non far ascoltare il delirio berlusconiano e si guadagnò una prestigiosa citazione del Financial Times («Neanche il tg sovietico di Breznev avrebbe saputo far di meglio»). Mimun, ammirato, si affrettò a promuovere la brillante inviata.
Le notizie censurate o manipolate o geneticamente modificate sotto la sagace regìa di Clemente J. non si contano, infatti occupano centinaia di pagine di un libro bianco dell'Usigrai. Silenzio sul Papa quando parla contro la guerra. Tagliato Bossi che sparla del Papa. Segato Follini che critica Berlusconi («Il Tg1 è un monumento al servilismo», dirà lo stesso leader Udc, prima di farsi annettere al governo). Oscurato persino Berlusconi, almeno quando si asciuga il cerone colante in tribunale, o definisce «sovietica» la Costituzione, o liquida il delitto D'Antona come «regolamento di conti interno alla sinistra». Niente bandiere della pace perché - dice Clemente J. - «le vende la Coop». Niente abbraccio tra Formigoni e Tarek Aziz (abbraccio petrolifero, si apprenderà poi). Vietato dire «pacifisti» (meglio «disobbedienti»). Nessuna traccia dell'indagine milanese sui figli del premier, i padroni del futuro. In compenso, ampio spazio ai servizi su vacanze ai Tropici, cenoni pasquali e regali di Natale, per mostrare un'Italia opulenta e ridanciana mentre non arriva a fine mese: leggendario il reportage sul «personal shopper», cioè sulle ragazze che per 50 euro all'ora insegnano agl'italiani a «comperare bene», utilissime per gli operai delle ferriere. Il resto è «panino», l'immangiabile pastone politico cucinato da Pionati triturando una dozzina di microesternazioni politichesi, spalmando le opposizioni su due fragranti fettone di pane: la voce del governo e la chiusa di Schifani. Chiunque osi lamentarsi, via! La vice Daniela Tagliafico, trasferita nei pressi di Anna La Garofana. Maria Luisa Busi apostrofata con un «piantala di fare la bidella». Lilli Gruber processata per aver parlato della «discussa legge Gasparri». Appena qualcuno racconta le sue imprese, Clemente J. replica gli ascolti che premierebbero il suo amore per la verità. Per la verità, gli ascolti dipendono dal «traino», cioè dal quiz di Amadeus. E ultimamente non gli basta neppure il traino, visto che spesso lo batte persino il Tg5 di Rossella (dicesi Rossella).
L'altra sera, mentre il Tg1 delle 20 festeggiava la liberazione di Giuliana Sgrena, pur sapendo dalle 19.20 dell'uccisione di Nicola Calipari, il Tg5 di Rossella (dicesi sempre Rossella), Sky Tg24 e La7 davano la notizia completa. Clemente J. ha mandato avanti Romita tutto cotonato con un auto-spot in diretta: «Il nostro è il più grande tg italiano». Visto che non glielo dice nessuno, se lo dicono da soli. Come i sofficini Findus: garantisce la ditta. Poi il direttore ha spiegato che «noi abbiamo l'abitudine di verificare le notizie». Strano, dev'essere una novità: due anni fa, alla vigilia della Cassazione sull'istanza di trasloco del processo Mondadori, il Tg1 riprese paro paro lo scoop di Studio Aperto sui giudici di Milano che tenevano in ufficio la foto di Previti a scopo di dileggio. Una balla sesquipedale, che il Tg1 non ha mai smentito: forse la stanno ancora verificando. Gad Lerner, per qualche immagine di troppo sullo scandalo pedofili, si dimise dal Tg1. Clemente J. invece, per qualche centinaio di notizie in meno, rimane. È lì apposta.

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Castelli intervista Oriana

 È proprio vero, come diceva Longanesi, che le onorificenze non basta rifiutarle: bisogna proprio non meritarle. Prendiamo Oriana Fallaci: Littorio Feltri, su Libero, la candida per il Senato a vita e raccoglie firme per la nobile causa. Siamo già a quota 25 mila. «Le sue parole - spiega il direttore - interpretano una quota maggioritaria dell'anima del nostro Paese. Che ci fa una persona della sua statura chiusa in casa a pensare in solitudine quello che noi non abbiamo il coraggio di immaginare?». Giusto: che ci fa? Mandiamola in Senato, dove potrà incontrare, per dire, Renato Schifani, Roberto Calderoli e Memmo Contestabile. Tra i partecipanti alla festosa gara di solidarietà si segnalano quattro ministri: Altero Matteoli, Giuliano Urbani, lo stesso Calderoli e Roberto Castelli. E poi 13 sottosegretari e decine di politici di maggioranza e opposizione (da segnalare l'onorevole Oricchio dell'Udeur), nonché il fior fiore della società civile: Josè Altafini, Bud Spencer, Massimo Giletti, Barbara Palombelli, Carlo Rossella, Clemente J. Mimun, Massimo Giletti, Gigi Marzullo, Paolo Bonolis e Antonella Clerici, Ambra Angiolini, Aldo Biscardi, Francesco Totti e Paolo Di Canio. La Palombelli la voleva in Senato già un anno fa, al posto di quel pericoloso poeta di Mario Luzi. Totti è ancora commosso dall'elogio che la Fallaci fece del suo sputo agli Europei (intitolato «Lo sdegno e il cazzotto»). Biscardi ambisce a una sua comparsata al Processo del lunedì, per commentare il moviolone. Bonolis e la Clerici speravano in una sua capatina a Sanremo con Bud Spencer, per tener fermo Tyson. Marzullo, poi, è il suo spirito guida: dal suo celebre interrogativo esistenziale «si faccia una domanda e si dia una risposta», la grande Oriana trasse ispirazione per la sua ultima opera: «Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci» (seguiranno «Oriana Fallaci sgrida Oriana Fallaci», «Oriana Fallaci manda a quel paese Oriana Fallaci», «Oriana Fallaci prende le distanze da Oriana Fallaci», «Oriana Fallaci diffida Oriana Fallaci dall'usare il nome di Oriana Fallaci» e così via). Non si segnalano, finora, firme di uomini di Chiesa: un'assenza davvero irriguardosa verso una scrittrice che ha appena riscritto l'Apocalisse e s'appresta a dare una rinfrescata al resto della Bibbia: prossime uscite, «Dal Libro del profeta Oriana», «Gli Atti dei Fallaci», giù giù fino alle «Lettere di Oriana» ai Filippesi, ai Corinzi, ai Romani e ai Padani.
L'aspetto più affascinante della mobilitazione, infatti, è l'asse di ferro che lega ormai l'ignara scrittrice e la Lega Nord. Si attende ancora, in merito, una parola autorevole di Umberto Bossi, per ora impegnato nel progetto di annessione dell'Italia alla Confederazione Elvetica. Non si esclude una campagna per promuovere la Fallaci senatore a vita, ma nel Senato svizzero. Nel frattempo, vanno in avanscoperta Calderoli e Castelli, i due Roberti accomunati dal fazzoletto verde e dalle nozze con rito celtico. Calderoli trova l'Oriana un po' troppo moderata per i suoi gusti, ma pare aver rotto gli indugi dopo aver intravisto la copertina di «Insciallah», il libro notoriamente dedicato a uno scialle caratteristico dei celti di Bergamo Alta. Il Guardasigilli, invece, ha approfondito gli studi sull'opera omnia della scrittrice fiorentina, distogliendo per un po' lo sguardo dai codici e pandette («Tiramolla» e «Soldino») che lo impegnano per gran parte della giornata. «Oriana Fallaci - ha dichiarato a Libero - è uno spirito indomito. Mi ricorda Giordano Bruno. E come il grande filosofo molti hanno tentato di bruciarla sul rogo. Per questo si merita di essere nominata senatore a vita». Tra i due, almeno a sentir lui, sarebbe nata un'affettuosa amicizia a distanza dovuta a un idem sentire tutto intellettuale: «Ci siamo parlati diverse volte al telefono - rivela Castelli - e abbiamo discusso di molte questioni, dalla politica interna a quella internazionale». Nel caso in cui l'ingegnere di Lecco non sbagliasse numero, c'è da augurarsi che abbia registrato le telefonate, per immortalare quegli alati conversari e poterli dare, un giorno che speriamo prossimo, alle stampe: dopo «La rabbia e l'orgoglio», complici i disturbi sulla linea Lecco-Manhattan, potrebbe scaturirne «La scabbia e il rosolio», o «La rana e lo scoglio», «La scabbia e lo scolio». Anche perchè non si può escludere nulla: né che la Fallaci, a furia di parlare con Castelli, l'abbia scambiato per un arabo, maturando così una sana diffidenza per quel popolo; né che, una volta scoperto che si tratta pur sempre di un italiano, possa un giorno ricredersi sulla superiorità della civiltà occidentale sull'Islam.
«Nelle nostre conversazioni - assicura l'ingegner ministro - è nata una stima che va anche al di là di quello che scrive. E proprio durante questi colloqui ho potuto constatare il suo enorme coraggio». In effetti ci vuole un enorme coraggio per parlare ore e ore al telefono con Castelli, di politica interna ma anche internazionale. Basterebbe questo per meritarle il laticlavio, ma c'è dell'altro: «La Fallaci può vantare un ottimo diritto anche perché i suoi libri hanno venduto milioni di copie». A questo punto, con garbo, qualcuno dovrebbe spiegare al ministro Castelli la differenza fra il Senato a vita e il Premio Bancarella.

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Disobbedisco!

 Si attende da un momento all'altro la notizia della chiusura di «Punto a Capo», il noto programma dei separati in casa Masotti & Vergara, con la partecipazione straordinaria di Barbara Palombelli che si dissocia ma rimane in veste di infiltrata, per proseguire impavida la resistenza tra le file nemiche. È con profondo e sincero dolore che diamo il triste annuncio, anche perchè nessun vero liberale potrebbe mai augurarsi la chiusura di un programma (anche se il termine «programma», questa volta, è forse eccessivo). Ma purtroppo lo impongono le regole della nuova Rai. Che, come ognun sa, quando si tratta di regole non transige.
Il 16 novembre 2003, dalle 23.30 alle 0.30, su Rai3, Sabina Guzzanti va in onda con la prima puntata di RaiOt. Successo strepitoso, record di share. L'indomani il programma è già chiuso, anzi, «sospeso». Alla Rai cominciano a dire che forse Mediaset, cioè la presunta concorrenza, sporgerà denuncia e non si può mandare in onda un programma che forse, magari, eventualmente potrebbe essere denunciato. Cattaneo convoca il direttore di Rai3 Paolo Ruffini (che il programma lo voleva chiudere ancor prima della prima puntata) ed esige un rapporto scritto. Poi preannuncia ad Andrea Salerno, dirigente responsabile della satira, una pena esemplare (10 giorni di sospensione e un mese senza stipendio) per aver consentito a Sabina di pronunciare «frasi diffamatorie e denigratorie nei confronti di noti personaggi della politica italiana e internazionale (soprattutto uno, ndr) provocando grave lesione dell'immagine dell'impresa esercente servizio pubblico». Si allarma Giorgio Rumi: «Esiste il diritto di critica, ma esistono anche i paletti. La situazione è pesantuccia anche per noi: Mediaset ha annunciato un'azione legale. Certe cose non le avrei mai mandate in onda». E Veneziani, tutto spettinato: «C'è un uso militante e distorto della satira e del servizio pubblico per emettere condanne». E Alberoni, tremante: «La Guzzanti parla liberamente, ma poi le denunce ce le prendiamo noi, che rispondiamo penalmente». Così il Cda unanime (Annunziata, Rumi, Veneziani, Petroni, Alberini) dichiara RaiOt «temporaneamente sospeso». La presidente di garanzia spiega di aver votato per la sospensione, ma solo per fare un favore alla Guzzanti: «Di fronte alle proteste e alle azioni legali, la decisione assicura la collaborazione con un gruppo di autori e interpreti che viene mantenuto nella sua integrità». Solo che non lavorerà più, ecco. «Sta alla Guzzanti e ai suoi collaboratori proseguire serenamente con professionalità nella realizzazione del programma». Solo che non andrà più in onda, ecco. «La sospensione è solo temporanea, Cattaneo e Ruffini indichino la data della rimessa in onda». Solo che non la indicheranno mai, ecco. Il Cda invita Sabina a registrare le altre cinque puntate, così il Cda provvederà a cestinarle. A quel punto finalmente, a gentile richiesta, Mediaset sporge denuncia. Firmata, con un tocco di eleganza, dallo studio Previti. Il quale, appena condannato a 16 anni per corruzione di giudici, chiede la condanna di Sabina e dei suoi coautori in sede civile (20 milioni di euro) e penale (diffamazione e aggiotaggio). Il Foglio di Ferrara domanda cosa aspetti la Rai a epurare anche Salerno. Il Riformatorio plaude alla censura, che «non è censura», ma «tutela dell'azienda da ulteriori contenziosi» causati da chi scambia la Rai per «Hyde Park» e offende mezzo mondo». Il Corriere, il Giornale, il Tg5 del compagno Mentana, Petruccioli e Gasparri accusano Sabina di antisemitismo. Poi la denuncia di Mediaset viene archiviata: quel che ha detto la Guzzanti è tutto vero. Sabina, ingenua, chiede di tornare in onda. Le risponde la testa più fine della Vigilanza, Michele Bonatesta (An): «Se ciò che ha detto la Guzzanti è narrazione di cose vere, come dice il giudice di Milano, vuol dire che faceva informazione. Dunque era giusto chiuderlo». Già: l'informazione, in Italia, è vietata.
Infatti, poco dopo, prende il via «Punto a Capo». Che ora, purtroppo, è stato a sua volta denunciato. Non da Mediaset, ci mancherebbe. Ma da Francesco Caruso, leader dei disobbedienti: si ritiene diffamato perché nel programma di Masotti l'hanno dipinto, in sua assenza, come un putribondo figuro grazie a un abile montaggio di insignificanti intercettazioni. Si attendono ad horas (da un paio di settimane) le sdegnate reazioni del Corriere, del Foglio, del Giornale, del Riformatorio, nonché del quartetto Rumi-Veneziani-Petroni-Alberoni. Non vogliamo neppure immaginare che si chiudano i programmi quando li denuncia Mediaset, mentre quando li denuncia un disobbediente si tengano aperti. Spiace per Masotti, povero figlio, ma la legge - come insegna il Cavalier Crescina - è uguale per tutti. Altrimenti si potrebbe financo insinuare che i vertici Rai siano obbedienti a Mediaset e disobbedienti alle loro stesse regole quando si tratta dei disobbedienti. E non si capirebbe più nulla.

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Smemorando Adornato

 Mi scuso con gli amici squadristi e misogini se,eccezionalmente, mi occupo di un uomo, se così può dire. Ma l'evento è di quelli memorabili: è tornato dopo mesi di letargo, chiedendo scusa alle signore, Ferdinando Adornato. Ne dà il lieto annuncio il Giornale con una lunga intervista, dopo aver preavvertito la forza pubblica perchè transennasse le edicole. Se ieri mattina, acquistando il giornale, avete notato assembramenti presso il vostro chiosco di fiducia, niente paura: s'era già sparsa la voce dell'intervista di Nando e della notiziona ivi contenuta: «La Fondazione Liberal compie 10 anni». Roba forte. Resta da spiegare che cosa sia la Fondazione Liberal a chi (tutti, salvo Adornato) non lo sa: la Fondazione Liberal è uno dei tanti pseudonimi di questo Zelig della politica, che prima si faceva chiamare soltanto Liberal e prim'ancora Alleanza Democratica. Qualcuno gli aveva proposto un più sobrio «Nando», ma non c'è stato nulla da fare.
Essendo la Fondazione e Adornato la stessa cosa, lui deve fare tutto da solo. Gli farebbe comodo, ogni tanto, avere qualcuno che gli fa le pulizie, va a prendere i sigari, dà una spuntatina alla barba. Invece niente, deve farsi tutto lui. Scrive, si legge, si recensisce, si cita, si elogia, si fa persino gli auguri di compleanno. Come Mister Bean che s'infila il cartoncino di happy birthday sotto la porta di casa e poi, quando entra, si commuove per il gentile pensiero.
L'intervista, curata impietosamente da Luca Telese, comincia con questa frase lapidaria: «Loro (quelli di sinistra, ndr) sono ancora fermi e non ci hanno spiegato perchè hanno scambiato il male del secolo con il bene assoluto». Resta da capire perché l'abbia scambiato lui, visto che era comunista, dirigeva il giornale della Fgci e nel '79 scriveva: «Non possiamo catalogare lo stalinismo sotto il termine generico di “dispotismo”… Il successo di un'azione storica che, partendo dalle condizioni della Russia zarista ha portato l'Urss al livello di secondo paese industrializzato, non è sottovalutabile né interpretabile come “propaganda”. La rivoluzione russa fu la prima nella storia del mondo a cercare di instaurare la giustizia sociale mediante controlli economici organizzati dall'azione politica… Sarebbe sciocco e improduttivo considerare l'azione di Lenin come frutto di una semplice ispirazione dittatoriale».
E il dissenso oltre cortina? Affari loro: «Non si tratta di lavorare dall'esterno, dall'Occidente per creare un'opposizione verso i paesi dell'Est... Si tratta di problemi che vanno risolti all'interno di quei paesi» (intervista ad Agnes Heller, Ed. Riuniti). Oggi dice che «Fassino, D'Alema e Veltroni non han fatto un'autentica revisione delle loro posizioni». Strano: i tre nel '90 aderirono alla svolta Occhetto, mentre Nando Zelig stava con la mozione Bassolino-Asor Rosa e non ne voleva sapere di cambiar nome al Pci. Eppure si fa i complimenti da solo: «Io ho capito tutto 10 anni fa». Non sappiamo quale calendario usi, ma 10 anni fa doveva essere il marzo '95. Bene, il 3 marzo '95 tale Adornato, deputato Ds, dichiarava al Corriere: «Bossi è un guitto». Oggi sta al governo col guitto e implora la sinistra di «superare la demonizzazione di Berlusconi». Lui potrebbe darle una mano. Perché undici anni fa, almeno secondo il nostro calendario, il futuro inventore del terzismo tuonava: «Segni e La Malfa, con la loro neutralità fra destra e sinistra, consegnano l'Italia a Bossi e Berlusconi» (5-2-94); «Nessun partito della provvidenza potrà fare miracoli. Nemmeno Gesù Cristo riuscirebbe a farli. E Berlusconi, più che Gesù Cristo, mi sembra Lazzaro: un miracolato del vecchio sistema dei partiti» (Ansa, 28-2-94). Poi Lazzaro vinse le elezioni e Nando giurò: «Ci siamo presentati nei progressisti e restiamo nei progressisti: abbiamo perso, quindi staremo all'opposizione» (19-4-94). Opposizione dura perché, «l'Italia, se ha perso un imprenditore per guadagnare un politico politicante, non ha fatto un buon affare» (8-6-94).
Il Berlusca I durò poco e Nando s'imbarcò in Liberal con i soldi di Romiti, ovviamente buttati («circonvenzione di capace», la definì Gianni Agnelli). La rivista aveva più vicedirettori (nove) che lettori: la mamma del Riformista, con rispetto parlando. Ma Nando sorvola e racconta quell'avventura elettrizzante come un'epopea. «Fa in qualche modo impressione rileggere articoli del '96»: ecco, impressione è la parola giusta.
Tutto cominciò «il giorno in cui Galli della Loggia mi disse: “Scusa, Nando (lui si ostina a chiamarlo così, ndr), tu sei così lucido”…». Fu una folgorazione: "lucido" non gliel'aveva mai detto nessuno. Fu allora che cominciò a farsi lo shampoo col Sidol, e nacque Liberal. Poi passò dal lucido all'unto: «Berlusconi è una personalità decisiva nella storia d'Italia». Così, «da allora, non abbiamo cambiato le nostre idee, ma la nostra collocazione geopolitica sì». Ecco: parla al plurale perché si crede un continente. Quando si sposta lui, cambia la geopolitica. I sismografi vanno in tilt, si sconvolgono le maree, si moltiplicano le ondate migratorie (in senso opposto al suo). Non a caso l'intervista s'intitola modestamente «Abbiamo anticipato la svolta di Bush». Ecco perché Bush sta cambiando idea. Deve aver saputo che l'altra era di Adornato.

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Alte scariche dello Stato

 Non sarebbe male, di tanto in tanto, raccontare la fiaba del lupo e dell'agnello. Il lupo accusa l'agnello di intorbidargli l'acqua del ruscello; l'agnello fa notare che la cosa è impossibile visto che il lupo sta sopra e lui sotto; il lupo dice che però l'agnello cinque anni prima gli aveva fatto uno sgarbo; l'agnello obietta che è impossibile perchè lui cinque anni prima non era neanche nato; il lupo dice che fa lo stesso: se non è stato lui, sarà stato suo padre. Manca purtroppo nella fiaba (è di origine greca) la figura del «terzista» che irrompe sulla scena al culmine del linciaggio: invita l'agnello a moderare i toni, a essere un po' riformista, a non demonizzare il lupo e a scusarsi con lui per chiudere questa «guerra per bande» (o «guerra civile»). Dopodichè il lupo, urinando nel ruscello, sostiene di essere stato frainteso e concede magnanino all'agnello di chiedergli scusa, ma a patto che l'agnello beva un sorso d'acqua gialla. The end.
Da anni, in Italia, si gioca una lunga partita fra una squadra di lupi e una squadra di agnelli. L'una massacra di botte l'altra. Ma l'arbitro se ne sta mummificato in mezzo al campo, immobile come statua di sale, tenendo ben nascosti il fischietto e i cartellini. Perchè, se dovesse fischiare o ammonire o espellere qualcuno dei massacratori, verrebbe immediatamente accusato di «ascoltare le sirene» dei massacrati. Insomma, di schierarsi con le vittime: il che non è bello, non si fa, non è imparziale. Cambiano i nomi, i luoghi, le facce, ma lo schema è fisso.
Il premier, secondo i dettami della guerra preventiva, intima a Ciampi di firmare la controriforma della giustizia senz'ascoltare «le sirene della sinistra». Ciampi risponde che lui ascolta solo la Costituzione e la sua coscienza. E gli arbitri «imparziali» che fanno? Parlano di «scontro istituzionale», senza sottilizzare su chi l'ha innescato.
Entrano in scena Piercasinando e il ragionier Pera, le «alte cariche dello Stato», piuttosto scariche in verità: mentre Berlusconi manganella Ciampi, se ne stanno impalate a centrocampo guardando altrove. E invitano (l'opposizione, si capisce) a «non strumentalizzare» e si offrono come «pontieri» fra il picchiatore e il picchiato. Così il Giornale può titolare: «Strane manovre intorno al Quirinale». Poi salta su Giuliano Ferrara, sempre molto intelligente e anche equilibrato: trova che Ciampi e Berlusconi hanno usato «le armi pesanti della sconfessione reciproca» e invita magnanimo Silvio e Carlo Azeglio a «dosare il ritmo delle rispettive esternazioni», dovute peraltro all'«inconfessabile desiderio di rielezione» di Ciampi (scontato che aspirare a un secondo mandato sia vergognoso e «inconfessabile»). Il Corriere chiude l'incidente invitando lupo e agnello a un onorevole «armistizio».
In un paese che sta per dare la pensione di combattenti ai repubblichini - notoriamente provocati dai partigiani mossi dall'inconfessabile desiderio di liberare l'Italia dal nazifascismo - questo e altro. Il Csm, come prevede la legge, dà un parere sulla legge SalvaPreviti, sottolineandone tecnicamente gli effetti «devastanti» su decine di migliaia di processi. Il cosiddetto ministro Castelli, non potendo smentire nel merito, dichiara: «Il Csm è diventato un organismo politico che ragiona come il Parlamento: in funzione dell'orientamento, dichiara che i fatti sono bianchi o neri». Dimostrando così il suo elevato concetto del ruolo del Parlamento, chiamato - a suo avviso - a dire che la pece è bianca e la neve è nera. Intanto Piercasinando confessa che lui, tra la versione del Csm e quella di Previti, non sa «dov'è la verità», comunque il Csm «ha superati i limiti» (quelli fissati da Previti) perchè «parlare di leggi ad personam prefigura già di per sè un giudizio politico e io, davanti a questo, mi fermo». Come se prima fosse in movimento.
Da anni la Casa della Libertà Provvisoria insulta i magistrati e, quando l'opposizione li difende, i gerarchi del regime si mettono a strillare: «Ecco la prova delle collusioni fra i giudici e la sinistra!». Per respingere l'accusa di collusioni tanto ignobili, Ottaviano del Turco dichiara al Giornale di Berlusconi che «io, sull'Iraq, ho preferito Berlusconi a Chirac». Quanto ai giudici, «prorogare Vigna è stata una scelta di buonsenso del governo. È un bene che la Dna sia sottratta per sempre ai veleni che accompagnano i fatti di mafia e antimafia e di cui Caselli è stato tra i protagonisti». Ecco: la colpa dei veleni rovesciati per 12 anni su Caselli non è di chi li ha rovesciati, ma della vittima. Quindi, per favore, Caselli non si occupi più di mafia.
Intanto gli avvocati di Previti accusano Procura e Tribunale di aver condannato il loro cliente su un documento falsificato e sbianchettato. Il Pg tira fuori il documento e dimostra che non è vero niente. I legali intimano alla Corte di «censurare il Pg e richiamarlo alla continenza espositiva». Al massimo può dire che il documento è un po' autentico e la tesi della difesa è un po' falsa. Altrimenti poi si capisce chi mena e chi le prende.

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Giornalismo non richiesto

 Vien quasi da difendere Cesare Previti. La sua faccia è quella che è, ma almeno lui ce la mette. Gli altri la nascondono, insieme alla mano e a tutto il resto. Da almeno quattro anni, è il padrone assoluto del Parlamento. Le leggi sulla (anzi, contro la) giustizia le decide lui, anche se poi gliene scippano il merito, intestandole ai vari Cirami, Vitali, Schifani, Maccanico. Ma, fosse per lui, si chiamerebbero tutte «Previti», anzi «Berlusconi-Previti». L'ha spiegato lui stesso nella sua lettera bisettimanale al «Corriere» (a proposito, ha ricominciato: contro De Bortoli funzionò a meraviglia): «Il presidente del Consiglio è il vero obiettivo dei processi milanesi». Cesare è solo un prestanome, le cose le faceva Silvio. Infatti la SalvaPreviti è, soprattutto, una SalvaSilvio: il problema non è chi andrà in galera (in Italia, sopra un certo reddito, non ci va nessuno), ma chi pagherà il modico risarcimento di 380 milioni di euro riconosciuto dal Tribunale a De Benedetti per lo scippo della Mondadori. Par di capire che Previti, gran pignoratore di giornalisti scomodi, non intenda farsi pignorare. Avvertenza per l'ufficiale giudiziario: «Il vero obiettivo è il premier. Per risarcimenti, rivolgersi a Villa San Martino, via San Martino 42, Arcore». Il problema, poi, è come mandare in prescrizione non solo i processi Mondadori, Imi-Sir e Sme-Ariosto, ma anche quello che verrà su Mediaset.
Continuare a parlare di SalvaPreviti esime tutti dall'occuparsi del «vero obiettivo»: il Cavalier Bellachioma. Ed eventualmente dal chiederne le dimissioni, come avrebbe fatto da tempo l'opposizione in qualunque altro paese, e come ha appena fatto (e ottenuto) la sinistra francese: non per un premier corruttore di giudici o frodatore fiscale, ma per un ministro che accollava allo Stato l'affitto di un appartamento. Uno che in Italia, per così poco, lo faremmo papa e poi santo. In Francia lo cacciano: un giornale satirico -il «Canard Enchainée» - scoperchia lo scandalo, l'opposizione ne chiede la testa, il governo la taglia. Nessuno parla di «demonizzazione» o di «giustizialismo» (termini intraducibili, al di là delle Alpi). Nessuno contesta al Canard che «questa non è satira, è informazione», come si fece da destra e da sinistra contro Luttazzi quando osò occuparsi dei rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri e la mafia, e contro Sabina Guzzanti quando osò raccontare la storia del monopolio tv berlusconiano. Anzichè disquisire sui limiti della satira (che non ne deve avere), nei paesi seri ci si occupa dei fatti. E l'unica domanda consentita è: vero o falso? Se è vero, discorso chiuso. Da noi, invece, i fatti non contano. Mentre il giornalista li indica, tutti gli guardano il dito e cominciano a discutere se sia un dito di sinistra o di destra. Se quel che indica può favorire questa o quell'altra parte. E se eventualmente quell'indicare non finisca per fare il gioco della persona indicata. A quel punto si apre un appassionante dibattito sul «giornalismo fazioso», «militante», «aggressivo», che semina il panico tanto a destra quanto a sinistra.
Nel 2002 il neopresidente Rai Baldassarre, per giustificare la cacciata di Santoro, s'inventa che «il giornalismo aggressivo è roba da Sudamerica»: non sa che invece è roba da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, insomma da democrazia. È quello servo che è roba da Sudamerica, dunque da Italia. Ma ecco arrivare Petruccioli, presidente della Vigilanza: secondo lui parlare delle «indagini relative a Berlusconi» a Satyricon fu giornalismo «militante, non certo di informazione. Una cosa simile è avvenuta l'altro giorno a Punto e a capo». Che i fatti narrati a Satyricon fossero contenuti in documenti ufficiali e depositati, e abbiano poi portato alla condanna di Dell'Utri a 9 anni per mafia, mentre le intercettazioni sui no global non contengono alcun fatto, non sono state depositate, non hanno prodotto alcuna condanna, è del tutto secondario. I fatti non contano, perché non hanno colore. Conta la convenienza per questo o per quello. Lo dice anche Previti al «Corriere»: «Trovo anomalo che un articolo di cronaca giudiziaria, il giornalista trovi tempo e spazio per vestire - non richiesto - i panni del difensore della Procura e cercare di smontare ciò che gli avvocati hanno illustrato». Ecco: è anomalo raccontare i fatti. Gli avvocati di Previti dicono che Procura e Tribunale hanno «sbianchettato» e «manipolato» un documento. House organ e Tg1 ripetono a pappagallo. Il cronista del Corriere - non richiesto - va a vedere il documento e scopre che non è stato affatto sbianchettato: è identico a come fu spedito a Milano dai giudici svizzeri. E - non richiesto - lo scrive. Dunque è uno «sfacciato difensore della procura». Ecco: se un avvocato sostiene che la Boccassini gli ha sfilato il portafogli, il giornalista deve scriverlo, senz'aggiungere che non è vero. Altrimenti è sfacciato, anomalo, fazioso, militante, aggressivo. Questo è il compito riservato dal regime alla libera stampa: quello di asta del microfono, quello di registratore asettico di panzane. I fatti non gli competono. Altrimenti poi la gente li viene a sapere. Aveva ragione Longanesi: «Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più».

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Facci Ridere

 La Rai affida un programma politico quotidiano di prima serata all’addetto stampa del presidente del Consiglio. La Rai affida le cronache del processo Dell’Utri a un nipote dell’avvocato di Dell’Utri. La Rai affida le cronache del processo Previti a un amico di Previti. La Rai accusa per mesi a reti unificate (salvo il Tg3) Prodi, Fassino, Dini e altri leader dell’opposizione di essersi spartiti una maxitangente di 450 miliardi per la Telekom Serbia prendendo per buone le fregnacce del “supertestimone Igor Marini”. La Rai oscura a reti unificate (salvo il Tg3) l’inchiesta sui 280 miliardi di frodi fiscali di Berlusconi e famiglia. La Rai accusa falsamente a reti unificate (salvo il Tg3) la Procura e il Tribunale di Milano di aver “sbianchettato” documenti giudiziari per incastrare Previti nel caso Imi-Sir e salvare i veri colpevoli. La Rai calpesta il contratto di Michele Santoro e mezza dozzina di sentenze di tribunale. E, al posto, manda in onda un tizio che usa insignificanti intercettazioni per accusare l’opposizione di collusioni col terrorismo.
Bene: qual è, a questo punto, l’informazione “criminale”? Quella dell’Unità e di Furio Colombo. Parola di Filippo Facci, già figlioccio del corrotto pluripregiudicato e latitante Bettino Craxi, poi passato in eredità alla corte del Cavaliere.
L’altra sera, copiando malamente dal diktat bulgaro del suo ultimo padrone (si dice “criminoso”, non “criminale”), l’autorevole Facci dava lezioni di giornalismo indipendente nel salotto di Otto (Giuliano Ferrara) e Mezzo (Ritanna Armeni). Lui che scrive sul Giornale che dà del “mascalzone bavoso” a Prodi. Erano con lui Antonio Polito, direttore del Riformatorio con baffetti Bialetti e basette riformiste, e alcuni giornalisti veri: Sansonetti, Leiss e Gravagnuolo. In un paese serio, a nessuno verrebbe in mente di chiedere pareri sulla libertà d’informazione a un ex ministro ed ex spia della Cia (Ferrara), all’ex portavoce di Bertinotti (Armeni) e a un ex collettore di dossier per conto di un pregiudicato (Facci). In nessun paese serio un giornale che vende 2 o 3 mila copie sarebbe ancora in edicola. E comunque il suo direttore eviterebbe di disquisire sulle vendite di un giornale concorrente che di copie ne vende trenta o venti volte tante: se le 2500 copie perse dall’Unità le avesse perse il Riformatorio, sarebbe sotto zero. Invece, dall’alto delle sue percentuali da albumina, il Polito delle Libertà accusava Colombo di essere “estraneo alla storia della sinistra”, “radical chic”, “alto-borghese”, troppo attento alla “questione morale” (parlando con pardon) e “indifferente al sociale e al movimento operaio”. Anche Berlinguer doveva essere un radicalchic altoborghese, visto che la “questione morale” la lanciò lui. Evidentemente schierarsi con la Cgil sull’articolo 18 e dedicare pagine e pagine alla crisi Fiat e alle acciaierie di Terni, come fa l’Unità, è da radical chic. Fortuna che c’è il Riformatorio, che l’articolo 18 lo vuole massacrare; ospita i contributi di De Michelis e Bobo Craxi, noti proletari delle ferriere; e organizza festini di nani e ballerine in onore di Gianfranco Fini (Riformista dell’Anno 2003) e Bruno Vespa (Riformista dell’Anno 2004): tutti idoli incontrastati delle catene di montaggio. “L’Unità – aggiunge Basetta – nasconde i fatti e censura la verità”.
Ecco finalmente smascherati i veri censori: Colombo e l’Unità. Fortuna che c’è il Riformatorio a raccontare la verità: i pubblicitari se ne sono accorti da tempo, i lettori seguiranno. Ferrara è d’accordo: “i titoli di un giornale devono riflettere la realtà” e quelli dell’ Unità non la riflettono. Parola di uno che per anni ha accusato Di Pietro di prendere tangenti da Pacini Battaglia e non era vero niente. Parola di uno che pubblica le balle sesquipedali di Jannuzzi e che, due mesi fa, dava del fallito a Caselli per via delle “assoluzioni” di Andreotti e Prinzivalli (Andreotti non è stato assolto, ma prescritto per il “reato commesso fino al 1980, e Prinzivalli non è mai stato indagato da Caselli).
La Armeni, da buona portavoce, non si capacita che un giornale non sia al servizio di un partito: “Trovo singolare – dice, sinceramente costernata - che l’Unità non abbia a che fare coi Ds. Ma non si può fare opposizione senza propaganda urlata?”. Ma sì che si può: basta accucciarsi ogni sera sulle ginocchia di Ferrara e tenergli ferma la vittima di turno, mentre lui la mena.

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Il complotto dell’ostrega

 

È con vivo rammarico e costernazione che apprendiamo la notizia dell'arresto a Manchester del medico sociale del Milan, Armando Gozzini, 44 anni, per atti osceni. I fatti si sarebbero svolti martedì sera, al termine dell'allenamento della squadra all'Old Trafford. Secondo la Greater Manchester Police, il luminare si sarebbe abbandonato a «esibizioni oscene» dinanzi a una massaggiatrice del centro benessere dell'albergo a cinque stelle «Lowry», come se fosse ancora negli spogliatoi. La donna l'ha denunciato. Il Milan ha giustamente espresso «piena fiducia al dottor Gozzini, uomo della più alta statura professionale e morale». Infatti, sino a poco tempo fa, era anche assessore comunale di Forza Italia a Segrate. Noi crediamo fermamente alla sua innocenza. Ma, visti i precedenti, non vorremmo che, per precauzione, il Cavalier Peluria chiedesse a Tony Blair il favore di depenalizzare gli atti osceni, e anche le esibizioni, o magari di approvare un SalvaGozzini per garantirgli almeno la prescrizione, o eventualmente una Ciramina molto british per trasferire il processo alle Virgin Islands. Anche a Londra, infatti, il Cavalier Bellachioma può contare su solidi punti di riferimento: se nel Parlamento italiano siedono al gran completo i suoi avvocati italiani, nel governo britannico siede la moglie del suo avvocato inglese: il ministro della Cultura Tessa Jowell, consorte di David Mills, coimputato di Berlusconi nella megainchiesta sui diritti Mediaset appena chiusa dalla Procura di Milano. Lo diciamo perché chi guarda la televisione, occupata per almeno l'85% dalle sinistre, non ne ha mai sentito parlare.
Grande spazio, invece, all'inchiesta di Cosenza, quella per la celebre «cospirazione contro lo Stato e l'economia nazionale» ordita da Casarini e Caruso in combutta con gli onorevoli Cento, Mascia, Bulgarelli e altri putribondi figuri. Se n'è occupato il Teddy Reno dei poveri, Giovanni Masotti, noto per gli share da prefisso telefonico e da ieri anche per le intercettazioni telefoniche. Ne ha trasmesse alcune che incastrano Casarini e Caruso, con frasi inequivocabili: «Xè 'na bomba 'sto posto, ostrega», «ce so' i black block inglesi e svedesi che vojono fa come a Goteborg», «mi la sfonderìa 'sta linea rossa, ostia di un mona». Roba da ergastolo. Immediato, in studio, lo sdegno del sagace Gasparri, che già che c'era ha coinvolto nella cospirazione anche l'Unità, Furio Colombo e Sergio Cofferati, noto mandante morale del delitto Biagi. A nessuno è venuto in mente di far ascoltare la deposizione della br Cinzia Banelli al processo di Bologna («Se Biagi avesse avuto la scorta, non l'avremmo potuto uccidere»). E poi, ad abundantiam, di ricordare chi gliel'ha tolta, la scorta, a Biagi: il ministro Scajola, quello che da morto l'aveva poi definito «rompicoglioni».
Volendo si sarebbe potuto domandare ai garantisti della Caserma delle Libertà come mai ancora tre giorni fa tuonassero contro «l'abuso di intercettazioni da parte delle Procure» (ministro Claudio Castelli), mentre ora si avventano voluttuosamente sulle intercettazioni di Cosenza. E non fanno una piega quando scoprono che sono state trascritte anche quelle «indirette» di alcuni parlamentari, che una legge - assurda, ma votata da loro l'anno scorso - lo vieta. Quelle intercettazioni, fra l'altro, sono un po' più segrete delle carte (depositate alle parti e quindi pubbliche) sull'inchiesta Mediaset: eppure Confalonieri minaccia denunce per inesistenti violazioni di inesistenti segreti.
Ma, in fondo, l'idea di un programma tutto di intercettazioni non è niente male. Teddy Masotti fu Vergara potrebbe proseguire proficuamente sul filone avviato: forse non lo sa, ma due mesi fa Marcello Dell'Utri è stato condannato a 9 anni per mafia, e in quel processo ci sono intercettazioni da farci un reality show. Dopo «La Fattoria», potrebbero intitolarlo «La Stalla», in omaggio allo scomparso stalliere Vittorio Mangano. Basta da sola la telefonata del 1980, in cui Mangano offre «un cavallo» a Dell'Utri, che però replica: «Silvio è un santo che non suda». Altre telefonate dai risvolti gastronomici potrebbero interessare Antonella Clerici per «Il Ristorante»: come quella del presunto mafioso Cinà che chiama il presunto mafioso Dell'Utri per annunciargli di aver spedito una cassata di 12 chili al Cavaliere, con tanto di biscione di caramello («Ho fatto fare una cassa di legno apposta dal falegname…»). Ma c'è pure la chat-line di Craxi, che nel '95 ordisce da Hammamet i suoi complotti (veri, questi) contro l'Ulivo: dirige il traffico dei dossier contro D'Alema, Violante, Prodi e Bossi, e dà disposizioni all'amico Mentana per il Tg5 e alla D'Eusanio per il linciaggio dei giudici. Farebbe pure la sua figura la conversazione fra lo 'ndranghetista Romeo e il sottosegretario alla Giustizia Valentino (An), che chiacchierano amabilmente della riforma dell'ordinamento e di questi «fuorilegge»: che sono, ovviamente, i giudici. Volendo strafare, ci sarebbero poi le 38 telefonate fra il viceministro Miccichè e il prestanome di Riina, Giuseppe Fecarotta. Il successo di ascolti sarebbe assicurato. Teddy Masotti fu Vergara deve affrettarsi, possibilmente prima di raggiungere il fatidico 3.2%, lo share di Socci: prima, cioè, che fermino anche lui per motivi umanitari. Prima che «Punto a capo» diventi «Punto e basta».

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mercoledì, 23 febbraio 2005

La moquette della Provvidenza


 

Sostiene il Cavalier Peluria che Prodi ha fatto male a divulgare il contenuto di una conversazione privata con Chirac, anche perché - assicura - Chirac non ha detto quelle cosacce sull’Italietta berlusconiana. Strano: se non le avesse dette, le avrebbe smentite, visto che è vivo e vegeto. Invece non l'ha fatto.
Ha smentito, per lui, il Cavalier Bellachioma che, non contento di smentire continuamente quel che dice lui, s'è messo a smentire anche quel che dicono gli altri. In Italia e all'estero. Ieri, poi, ha rivelato il contenuto di una sua conversazione privata con don Luigi Giussani che - dice lui - «mi ripeteva sempre di considerarmi l'Uomo della Provvidenza per l'Italia». Ecco: avrebbe potuto rivelarlo l'altroieri, tre giorni fa, tre mesi fa, tre anni fa. Così don Giussani avrebbe potuto, eventualmente, smentirlo. O magari confermarlo. Invece l'ha rivelato proprio ieri mattina, appena appresa la notizia che don Giussani era spirato. Così non sapremo mai se quel bizzarro apprezzamento fosse farina del sacco del sacerdote, oppure frutto della fertile fantasia del Cavalier Foltocrinito (fertile, nel senso che con tutto il fertilizzante che deve aver usato per moquettarsi la capa santa, può inventarsi qualsiasi cosa). Conoscendolo, si sarebbe portati a optare per la seconda ipotesi. Con qualche spiegazione aggiuntiva. Probabilmente Berlusconi tende a confondersi con Mussolini, il noto tour operator che, com'è noto, «mandava gli oppositori in vacanza nelle isole». Perché è di Mussolini che un alto prelato vaticano, nel 1929, disse che era «l'uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare». Era il cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XII, all'indomani della firma dei Patti Lateranensi. Ecco: anche Maurizio Gasparri, non ancora cardinale, considera Berlusconi l'Uomo della Provvidenza (l'ha fatto persino ministro). Di qui l'increscioso equivoco.
Nessuno, naturalmente, nella Rai di regime, metterà in dubbio l'investitura divina di don Giussani all'ex Unto del Signore, ora autoproclamatosi Uomo della Provvidenza. D'altra parte, chi guarda soltanto la televisione è ancora convinto che, come assicurò Berlusconi, Ciampi abbia imposto a un Berlusconi recalcitrante il Lodo Schifani che garantiva l'impunità al premier; che, come garantì Berlusconi, Ciampi gli avesse promesso la sua firma sulla legge Gasparri modello base, poi inspiegabilmente respinta alle Camere; che, come giurò Berlusconi, Bush avesse promesso di non attaccare l'Iraq; e che, come rivelò Berlusconi, tutti i capi di governo europei abbiano stretto un patto d'acciaio con Berlusconi per rivedere il patto di stabilità e legalizzare la finanza allegra all'italiana (ma poi, per misteriosi motivi, non se n'è fatto nulla: strano, visto che, a sentir lui, erano tutti d'accordo con lui).
Chi guarda soltanto la televisione è persino convinto che Chirac sia un grande estimatore di Berlusconi. In realtà lo detesta e lo disprezza da vent'anni. Da quando, nel 1986, divenne capo del governo e si ritrovò fra i piedi questo «Cavalier Spaghetti» - così lo chiamavano i francesi - incistato nel sistema televisivo francese con la sua La Cinq, versione transalpina di Canale5.
A Parigi il Cavalier Spaghetti era considerato un uomo di sinistra: infatti vi era sbarcato grazie a Craxi che, non contento di averlo regalato all'Italia, lo piazzò anche in Francia grazie ai buoni uffici del suo amico Mitterrand. Silvio dovette superare le resistenze del ministro della Cultura Jack Lang, che lo considerava «l'assassino del cinema italiano» e «un uomo senza scrupoli». Ma soprattutto dell'ascoltatissimo consigliere per la comunicazione dell'Eliseo, Jacques Seguéla.
Lang rimase sulle sue posizioni, in minoranza. Segéla fu conquistato alla maniera tradizionale, come ha raccontato lui stesso in un videoreportage di Canal Plus: «Berlusconi invitò a cena me e mia moglie nel suo appartamento sull'Arc de Triomphe, cucinò degli ottimi spaghetti all'italiana e ci fece trovare, nascosti nel tovagliolo, due orologi d'oro massiccio. Li abbiamo poi regalati ai nostri domestici».
La Cinq parte il 15 febbraio '86, ma il 15 marzo Chirac subentra a Fabius, e la prima cosa che fa è di ostacolare il Cavalier Spaghetti, che nel frattempo ha pensato bene di allearsi con l'editore filonazista Robert Hersant. In una leggendaria conferenza stampa della campagna elettorale, il leader gollista pronuncia queste testuali parole (che deve aver ripetuto l'altro giorno davanti a Prodi): «Mentre per motivi tecnologici e occupazionali avremmo interesse a sviluppare la nostra industria dell'immagine, stiamo svendendo il mercato francese a questo merchant de soupe (venditore di minestre, bottegaio, ndr) italiano. È scandaloso! E tutto perchè qualcuno (i socialisti) ha paura di perdere le elezioni e vuole tenere le mani su una tv!».
Invano Silvio Spaghetti tenta di farsi ricevere da Chirac, magari per regalargli un orologio d'oro: rimane sempre fuori della porta. E, dopo mesi di disastri, deve chiudere bottega e tornarsene in quel dorato mondo a parte che è l'Italia. L'unico paese dove lo scambiano persino per un imprenditore.

Tutto quello che volete sapere su: b silvio berlusconi b


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Liberi di obbedire



È una vera fortuna, per il Cavalier Bellachioma, che da tre anni e mezzo la Rai, sull'esempio di Mediaset, abbia smesso di dare notizie. Altrimenti, per esempio, si saprebbe che la Procura di Milano sta per chiedere il suo rinvio a giudizio per appropriazione indebita aggravata, falso in bilancio e frode fiscale per aver distratto 280 milioni di euro dalle casse Mediaset, ingannato gli azionisti e sottratto al fisco 124 miliardi di lire. Invece, sui principali tg, silenzio di tomba. Il tutto mentre contribuenti inferociti scrivono a Palazzo Chigi per comunicare i fantasmagorici risparmi ottenuti grazie al cosiddetto taglio delle tasse. Il signor Edgardo Piantieri di Teramo gli ha spedito un assegno circolare di 1.42 euro, con questa letterina: «Egr. Sig. pres. del Consiglio, epocale. Veramente epocale la riduzione delle tasse. Sono un dipendente della Provincia di Teramo: la busta paga di gennaio è stata “pesante”, mi sono entusiasmato a tal punto che mi veniva da piangere per l'aumento pari a Euro 1,42 (netto). Dopo essermi ripreso con un buon caffè (0.80), non sapendo come spendere o investire il resto (0.62), ho deciso di inviarLe tramite assegno circolare l'intero importo della mia riduzione delle tasse. Sono sicuro che Lei saprà come spenderli, per il bene del nostro grande Paese. Grazie. P.S. Se poi trova il tempo per rinnovare il contratto dei Pubblici dipendenti, La ringrazio».

Ecco, se potessero ancora lavorare in Rai, Biagi, Santoro e Beha avrebbero invitato il signor Edgardo per raccontare i suoi formidabili risparmi. Ma ora siamo certi che Vespa, Masotti e Berti (quello di «Berti e riberti», il prozio di Vittorio Orefice) se lo strapperanno di mano per raffrontare il suo formidabile risparmio fiscale con quello del Cavalier Peluria: 760.154 euro annui, secondo i calcoli dell'Espresso.
Se la Rai desse ancora le notizie, avrebbe mostrato la cerimonia di chiusura dell'ultimo tratto dell'autostrada Messina-Palermo, inaugurato in pompa magna (soprattutto pompa) alla vigilia di Natale alla presenza di Berlusconi, Cuffaro e alcuni incensurati. Motivo della chiusura: l'asfalto cede perchè, spiegano i tecnici, «è stato messo su fondo bagnato, compromettendone la stabilità». L'hanno incollato con lo sputo, per fare in fretta: Silvio e Totò volevano inaugurare almeno qualche chilometro di grandi opere (avendone promessi a migliaia) nei tempi previsti. Ma, se tutti i tg hanno mostrato l'inaugurazione, nessuno ha mostrato la chiusura. Fortuna che esistono anche i giornali, altrimenti gli automobilisti si metterebbero per la strada convinti che esista davvero. E la troverebbero chiusa. Forse Biagi, Santoro e Beha una notizia così l'avrebbero data, anche perchè le grandi opere campeggiano al punto 5 del Contratto con gl'Italiani, da cui dipende la ricandidatura del Foltocrinito alle elezioni del 2006. Si attende con ansia uno speciale Porta a Porta sul tema, con o senza scrivania di ciliegio. Titolo: «Le grandi opere, da Palermo al passante di Mestre». Passante, si fa per dire. Visti i risultati, meglio riconiugare il participio: «passato di Mestre».
Se la Rai desse ancora le notizie, approfondirebbe pure l'increscioso incidente accaduto a Camilla Parker Bowles, promessa sposa di Carlo d'Inghilterra, dichiarata «indesiderata» dall'amministrazione Bush «perchè divorziata». Che accadrà quando l'amico George scoprirà che è divorziato anche Berlusconi? Non vorremmo che dichiarasse indesiderato anche lui. Ne farebbe una malattia. Come minimo, gli si guasterebbe la permanente.
Ma ora, tenetevi forte: proprio nell'ultimo scorcio di legislatura, la libera informazione torna alla grande persino al Tg1 e al Tg2. È appena nata, infatti, l'associazione «Libera stampa», fondata dai vicemimun Alberto Maccari e Francesco Pionati, dal caporedattore politico del Tg1 Cesare Pucci, dai conduttori del Tg1 Attilio Romita e Susanna Petruni, nonchè dai redattori politici Ida Peritore e Angelo Polimeno, e dall'inviato del Tg2 Emilio Albertario. La sigla dell'indomito pool, che ha sede nell'ufficio di Pionati, è tutta un programma: «Li.Sta». E così la cerimonia di battesimo, in un noto ristorante romano, alla presenza del ministro Gasparri.
In effetti i maligni assicurano che i Magnifici Otto sono tutti berlusconiani devoti. Romita e la Petruni hanno amorevolmente seguito Bellachioma per anni, prima della meritata promozione a conduttori. La Petruni, il 1° luglio 2003,pensò bene di non trasmettere l'imbarazzante sonoro del premier che dava del «kapò nazista» a Martin Schulz. E si guadagnò una citazione sul prestigioso "Financial Times" che, a proposito del filmato muto, commentò: «Neanche il telegiornale sovietico di Breznev avrebbe saputo far meglio». Seguì, immediata, la promozione. Prima uscita pubblica di Li.Sta: un dibattito con Storace e Bertinotti, doviziosamente ripreso dal Tg1 delle 17, delle 20 e delle 24. Il servizio, commissionato da Pucci e lanciato in studio da Romita, era firmato da Polimeno. Tutto in famiglia.

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