gli articoli di Marco Travaglio su L'Unità
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domenica, 28 novembre 2004

Programmi di evasione

Mentre il ministro odontoiatra Calderoli lancia la taglia e l’ingegner ministro Castelli ripristina il taglione, lo statista di Milanello si occupa di tagli. Ovviamente falsi per le tasse e veri per i servizi. Tutto ciò naturalmente gli è possibile grazie al suo monopolio sudamericano sulla tv. Se ci fosse un minimo d’informazione, qualcuno tirerebbe fuori il leggendario Contratto con gl’italiani, siglato sulla scrivania di ciliegio chez Vespa l’8 maggio 2001, e gli rinfrescherebbe la memoria. Invece l’insetto di Porta a Porta ha prudenzialmente ritirato lo scrittoio in magazzino e ci intrattiene su argomenti di grande attualità come i risorti dal coma, i matrimoni felici, il pigiama della signora Franzoni e le avventure di Wanna Marchi e famiglia, sempre in ossequio al principio che, nel suo salotto, non s’invitano indagati.
Nel Contratto si promettevano due aliquote (33% per i miliardari e 23% per tutti gli altri), mentre la storica, epocale riforma appena annunciata ne prevede quattro. Si promettevano tagli alle tasse per 40 miliardi di euro, mentre siamo a 6.5. Si prometteva di dimezzare la disoccupazione, che allora era all’8 per cento, e oggi è all’8 per cento, ma peggiorerà grazie al taglio di 75 mila dipendenti del pubblico impiego. Per fingere di rispettare una promessa, se ne tradisce un’altra. Il Contratto, poi, prometteva “città più sicure” col dimezzamento dei reati, grazie all’apposito poliziotto di quartiere: a Napoli la camorra non ha mai riso tanto. Prometteva pure aumenti per tutti i pensionati, invece sono arrivate mancette per pochi intimi. Prometteva anche grandi opere a strafottere, mentre non c’è una lira e ne sono state finanziate meno di un decimo (leggere, per credere, il nuovo libro di Ivan Cicconi, “Le grandi opere del Cavaliere”, Koinè). Si prometteva, infine, che se uno dei cinque obiettivi fosse stato mancato, il Cavaliere si sarebbe ritirato dalla politica. Infatti, avendone mancati cinque su cinque, ha deciso di restare.
Sarebbe ingeneroso, però, parlare di fallimento su tutta la linea. C’è almeno una categoria a cui le tasse sono state ridotte, anzi abolite: quella degli evasori. Un condono fiscale all’anno, un condono edilizio all’anno, la sanatoria per i capitali illegalmente accumulati ed esportati, i falsi in bilancio legalizzati. E poi, per evitare che gli evasori si sentano dei vermi, la benedizione urbi et orbi con beatificazione della frode fiscale durante l’ultima visita del premier alla Guardia di Finanza: “Evadere o eludere sopra il 33% è etico”. Una volta era la Guardia di Finanza a visitare Berlusconi, ora è Berlusconi che visita la Guardia di Finanza. Come passa, il tempo. Certo, l’evasione e il falso in bilancio rimangono facoltativi, ma presto si provvederà a renderli obbligatori. Onde evitare che qualcuno faccia il furbo pagando le tasse al solo scopo di screditare gli altri. Resta da convincere l’amico Bush, che da questo orecchio ancora non ci sente. Lui, dopo aver alzato a 25 anni di galera la pena per il falso in bilancio, ha dichiarato guerra all’evasione fiscale. Al punto da mettere una taglia su chi non paga le tasse e da affidarne la scoperta e la repressione, col recupero del maltolto, ad agenzie di “sceriffi privati”. I quali – racconta il Corriere - busseranno alla porta dei furbi e, con argomenti piuttosto persuasivi, gli faranno sputare il dovuto. In quel mondo a parte che è l’Italia, invece, il governo combatte gli onesti. Li rapina. Li convince che sono fessi. Li istiga a delinquere. Da noi l’evasione fiscale è sui 150 miliardi di euro annui: se tutti pagassero le tasse, la riduzione fiscale non sarebbe 23 volte più di questa miseria di 6.5 miliardi di euro. Ma se, puta caso, un Calderoli o un Castelli proponessero in consiglio dei ministri una taglia sugli evasori, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato. Il premier e i suoi cari, infatti, hanno il record dei processi per frode fiscale.
L’altro giorno Milano Finanza pubblicava un’indiscrezione su uno dei trecento summit di governo dedicati alle tasse: “Momento di grande imbarazzo al vertice di palazzo Chigi. Berlusconi stava spiegando a tutti che una riduzione fiscale per i contribuenti più ricchi è indispensabile, mentre Fini e gli altri osservavano che in qualche misura la riduzione delle aliquote più basse produce effetti pure su chi ha redditi molto alti. ‘Che c’entrano i tagli alle aliquote basse?”, ha replicato il premier: “Qui stiamo parlando dei redditi alti, che versano il 45% di quanto guadagnano allo Stato”.Nell’imbarazzo generale, Siniscalco ha dovuto riassumere al premier il meccanismo progressivo della tassazione, spiegando che gli scaglioni hanno effetto anche sui redditi maggiori: ‘Se uno guadagna 100 mila euro, sui primi 7500 non paga niente, poi fino a 15 mila paga il 23%, da 15 a 29 mila il 29%, da 29 a 32.600 il 31%, da 32.600 a 70 mila il 39%. E solo qui, sui restanti 30 mila, scatta l’aliquota massima del 45%”. Berlusconi, a questo punto, avrebbe detto: “Capisco. È che il 740 me l’hanno sempre fatto i commercialisti (fra i quali un certo Tremonti, ndr)...”. Ecco: come si pagano le tasse lui non lo sa. Sa come non si pagano.



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Mistificazioni facili


Appena in Italia esplode una emergenza criminale, salta su qualcuno a parlare di «scarcerazioni facili». È bene che si sappia che non esistono scarcerazioni né facili né difficili. Esistono scarcerazioni legali o illegali, ma di solito si tratta di scarcerazioni legali, visto che di solito i giudici la legge la conoscono. E la applicano. Bisognerebbe vedere chi la legge l’ha fatta. E perché. Nel ’95 destra e sinistra votarono unanimi la legge «manette difficili», che rendeva più complicata la custodia cautelare. Nel ’99 destra e sinistra votarono unanimi la Simeone-Saraceni, che rendeva ancor più problematico arrestare i condannati definitivi. Proprio l’altro ieri è passata in Commissione Giustizia, con i voti di An e Forza Italia, la legge che, per salvare Previti, accorcia i termini di prescrizione per tutti i condannati, una legge talmente ripugnante che nessuno vuol darle il proprio nome, e tutti i relatori si defilano: i risultati saranno altre scarcerazioni facilissimi ma obbligatorie. Il Parlamento, da una decina d’anni, passa il suo tempo a scavare gallerie e cunicoli per gli amici degli amici. Poi, appena ci passa uno sconosciuto, strillano tutti alla «scarcerazione facile».
Così la gente pensa che i giudici, noti comunisti, si divertano a liberare fior di delinquenti per il gusto di vederli tornare in attività. Lo ha detto qualche tempo fa il presidente della cosiddetta Antimafia, Roberto Centaro: «I giudici di sorveglianza sono come le dame della carità. Dobbiamo provvedere». Lo ripete a ogni piè sospinto il ministro dell’Interno Pisanu, che l’altro giorno a Napoli (144 morti in un anno) annunciava «norme più severe sulla custodia cautelare contro le scarcerazioni». Strano. Soltanto tre mesi fa, dopo il suicidio del sindaco di Roccaraso arrestato per una sfilza di reati, c’era chi, nel Manicomio delle Libertà, la custodia cautelare la voleva abolire al grido di «basta con le manette facili». Il Fernandel della politica, al secolo Carlo Giovanardi, trovava «scandaloso arrestare la gente prima della condanna definitiva». Ora qualcuno si incaricherà di spiegargli che, se si arrestasse la gente solo dopo la condanna in Cassazione, i boss e i killer catturati dalla polizia verrebbero rilasciati in blocco con tante scuse per circa dieci anni, in attesa del terzo grado di giudizio, poi eventualmente si tornerebbe a cercarli.
Ma lorsignori non vogliono questo. Vogliono «tolleranza zero» per la manovalanza del crimine e tolleranza mille per i delinquenti in colletto bianco. Sono razzisti e classisti anche quando parlano: soltanto due giorni fa, dopo gli arresti trasversali di Potenza, strillavano tutti all’«attentato alla democrazia» e alle «manette facili». Come se non fosse proprio per le collusioni politico-istituzionali che la mafia, la ’ndrangheta e la camorra campano e ingrassano da oltre cent’anni. Ecco. Se c’è di mezzo la bassa forza sono «facili» le scarcerazioni. Se c’è di mezzo la crema, sono «facili» le manette. La controriforma dell’ordinamento giudiziario punta a conficcare questo Dna razzista nel sangue dei giudici di oggi e di domani. I giudici scioperano, ma dovremmo scioperare noi. Noi che non siamo lorsignori.
Quello strepitoso, inconsapevole umorista che è l’ingegnere ministro Castelli dovrebbe esibirsi nei teatri dell’avanspettacolo: al governo è sprecato. L’altro giorno si discuteva della sorte di un pentito minore, di cui il tribunale di sorveglianza di Roma, oberato di arretrati, non ha ancora avuto il tempo di decidere l’istanza di arresti domiciliari, e che nell’attesa rimane a piede libero. Ovviamente a norma di legge. Mentre i soliti idioti urlavano alle «scarcerazioni facili», il presunto ministro ha inviato gli ispettori (lui fa sempre così, anche al ristorante quando deve scegliere fra carne e pesce). Poi ha suggerito al Tribunale la linea da seguire. Testualmente: «L’articolo 101 della Costituzione dice che la giustizia deve essere amministrata in nome del popolo. Ciò significa che i giudici devono interpretare il comune sentimento popolare». Cioè, nel caso del pentito, non perdere altro tempo e sbatterlo in galera come il popolo farebbe. Ecco cosa succede quando un ingegnere esperto in rumori autostradali si imbatte per la prima volta in vita sua in un articolo della Costituzione. Un impatto devastante, con effetti collaterali incalcolabili. Anzitutto, al ministro sfugge la frase subito seguente nella Costituzione («I giudici sono soggetti soltanto alla legge»). E poi il concetto aberrante che emerge dalla sua lettura personale dell’articolo 101 è proprio la quintessenza di quella giustizia di piazza, di quel giacobinismo, di quel giustizialismo che lorsignori, a parole, dicono di combattere. Quando la giustizia è affidata al «popolo», fra Gesù e Barabba vince sempre Barabba. Ma forse è proprio quello che lorsignori vogliono.




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mercoledì, 24 novembre 2004

Oggi scioperano anche loro



«Da un vecchio magistrato a riposo, che in cinquanta anni ha percorso con onore tutti i gradi della magistratura dai più umili fino a quello supremo, ho ascoltato queste parole di saggezza: ciò che può costituire un pericolo per i magistrati non è la corruzione: di casi di corruzione per denaro, in cinquant'anni di esperienza, ne ho visti tanti che si contano sulle dita di una sola mano; e sempre li ho visti scoperti e colpiti con esemplari punizioni. E neanche son da considerarsi minacce molto gravi per la indipendenza dei magistrati le inframmettenze politiche: sono frequenti ma non irresistibili. Il magistrato di schiena dritta non le prende sul serio, ed è rarissimo che gli venga qualche danno da questa sua inflessibilità. Il vero pericolo non viene dal di fuori: è un lento esaurimento interno delle coscienze, che le rende acquiescenti e rassegnate: una crescente pigrizia morale, che sempre più preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, perché non turba il quieto vivere e perché la intransigenza costa troppa fatica. Nella mia lunga carriera non mi sono mai incontrato faccia a faccia con giudici corruttibili, ma ho conosciuto non di rado giudici indolenti, disattenti svogliati: pronti a fermarsi alla superficie, pur di sfuggire al duro lavoro di scavo, che deve affrontare chi vuole scoprire la verità. Spesso questa superficialità mi è sembrata un portato inevitabile, e scusabile, dell'eccessiva mole di lavoro che gravava su certi magistrati; ma ne ho conosciuto alcuni (i migliori) che, anche sovraccarichi così, riuscivano, rubando le ore al sonno, a studiare con scrupolosa diligenza tutte le cause ad essi affidate e a riferirne in camera di consiglio senza dimenticare la virgola di un documento. La pigrizia porta ad adagiarsi nell'abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi della umana sensibilità: al posto della pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza, subentra cogli anni la comoda indifferenza del burocrate, che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia... Il vecchio magistrato stette qualche istante in silenzio e poi concluse così: “Creda a me: la peggiore sciagura che potrebbe colpire un magistrato sarebbe quella di ammalarsi di quel terribile morbo dei burocrati che si chiama conformismo. È una malattia mentale, simile all'agorafobia: il terrore della propria indipendenza; una specie di ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, me le previene; che non si piega alle pressioni dei superiori, ma se le immagina e le soddisfa in anticipo”...».
(Piero Calamandrei, "Elogio dei giudici scritto da un avvocato").

«Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra».
(Luigi Einaudi).

«Il figlio del miliardario, che guidava a velocità pazzesca la sua macchina da corsa, ha preso male una curva e ha sfracellato contro il muro un passante che andava per i fatti suoi sul marciapiede. Il padre corre dal primo avvocato della città: l'essenziale è che il figliuolo, che “è un po' vivace, ma in fondo un buon ragazzo”, non vada in prigione. “Avvocato, si ricordi: noi non guardiamo a spese”. Infatti l'avvocato si dà da fare per tacitare con un forte indennizzo la famiglia dell'ucciso; e ci riesce. Ma c'è quel fastidio dell'istruttoria penale che continua ad andare avanti per conto suo. Allora il miliardario redarguisce severamente il difensore: “Avvocato, gliel'ho detto: questa istruttoria che continua è uno sconcio. Glielo faccia intendere al giudice istruttore: la nostra famiglia non guarda a spese”. L'avvocato non sa come spiegargli che la giustizia non è una merce in vendita: quel giudice istruttore è una persona perbene. Allora il cliente salta su sdegnato: “Ho capito, ho capito, lei non me lo vuole confessare: abbiamo avuto la sfortuna di cadere in mano a un giudice criptocomunista”...»
(Calamandrei, ibidem).

«L'arbitro ottimo è colui che, per sua posizione nella magistratura o in altro ordine sociale, non ha nulla da sperare o da temere da nessuno. Né da governo né da contendenti... Reputato capace di non ascoltare i consigli del governo il quale l'abbia nominato, capace di fornire un lodo giusto»
(Luigi Einaudi, “Il buon governo”).














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martedì, 23 novembre 2004

Stato e bottega


Accadono cose davvero avvincenti, nel Manicomio delle Libertà. L’Avvocato dello Stato Domenico Salvemini, per conto della Presidenza del Consiglio, chiede 1 milione e 100 mila euro di danni al presidente del Consiglio per aver vinto una causa in cui aveva torto corrompendo due alti magistrati. “La corruzione di un giudice – ha spiegato Salvemini - fa cadere il presidio su cui si fonda uno Stato democratico: il fatto che la legge è uguale per tutti. Senza questa garanzia, cioè se c’è un giudice corrotto, si rompe il patto sociale e si sprofonda nelle tenebre”. Così, con poche e semplici parole, ha spiegato a questi neofiti della democrazia quale differenza passa fra reati politici (delitti di opinione o connessi all’attività politica) e reati comuni (pagamenti a magistrati quando Berlusconi e Previti erano privati cittadini); fra interesse privato e interesse pubblico; fra istituzioni e chi, pro tempore, le rappresenta; insomma, fra Stato e bottega. Il difensore di Berlusconi, on. avv. Niccolò Ghedini, anzichè inchinarsi dinanzi allo Stato e al suo rappresentante, non ha trovato di meglio che parlare di “arringa politica” e spiegare questa sua scombicchierata affermazione col fatto che Salvemini “è stato nominato dal governo D’Alema”. Naturalmente Salvemini rappresenta lo Stato sia quando governa D’Alema sia quando governa Berlusconi. Perchè lo Stato, con buona pace dei Ghedini, è sempre lo stesso. Il caso ha voluto che solo tre giorni prima il premier dovesse comparire dinanzi allo stesso Tribunale di Milano, una volta tanto non come imputato, ma come parte civile contro un cittadino comune: Piero Ricca, che l’aveva chiamato “buffone”, l’aveva invitato a “farsi processare” ed era stato denunciato per ingiuria (reato di opinione, “politico”, di quelli che il Manicomio delle Libertà aveva promesso di depenalizzare). A rappresentarlo non c’era Ghedini, e nemmeno Pecorella. C’era l’avvocato dello Stato Michele Damiani, pagato da Palazzo Chigi, cioè da noi: Berlusconi pretendeva di farlo costituire parte civile a nome della Presidenza del Consiglio per una modica richiesta di danni (50 mila euro), come se il “buffone, fatti processare” fosse indirizzato all’Istituzione e non al suo degno rappresentante pro tempore. Naturalmente il pm e il giudice hanno risposto picche: a nessuno verrebbe mai in mente di chiamare “buffone” Palazzo Chigi e di invitarlo a farsi processare. Invito ed epiteto erano chiaramente rivolti al privato cittadino: lo stesso dal cui patrimonio personale partirono i 500 milioni di lire finiti in poco tempo, il 6 marzo 1991, su un conto estero di Previti e di lì a un conto estero del giudice Squillante. Berlusconi deve farsene una ragione e nominare (e pagare) un legale privato. Ricca è difeso dall’avvocato Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, un uomo che ben conosceva la differenza fra Stato e bottega, infatti fu ucciso da un killer della mafia mandato da Michele Sindona, confratello di loggia P2 del nostro premier che l’ha denunciato. Ghedini e Pecorella hanno subito stigmatizzato la decisione del giudice. Perchè naturalmente, stavolta, l’avvocato dello Stato non agiva secondo finalità politiche: infatti l’aveva sguinzagliato il governo Berlusconi, che com’è noto veglia soltanto sul bene comune. Strepitoso Pecorella: “La decisione del giudice non tiene conto che il signor Ricca non avrebbe avuto alcun motivo per insultare la persona Berlusconi”. Dal che si deduce che l’avv. prof. on. pres.Pecorella non vive in Italia,e nemmeno sulla Terra.
Qualche giorno dopo la Corte costituzionale ha stabilito che il Senato abusò dei suoi poteri dichiarando insindacabile il senatore ragionier Marcello Pera nella causa civile intentatagli dai pm Caselli, Ingroia e Teresi per un articolo pieno di insulti pubblicato a suo tempo sul Messaggero: l’articolo, ha stabilito la Consulta, non faceva parte dell’attività parlamentare, dunque non era coperto da insindacabilità. Altrimenti si regalerebbe ai parlamentari la licenza di calunniare impunemente chicchessia, creando una categoria di cittadini di serie A autorizzati a insultare e una di cittadini di serie B costretti a subire in silenzio. Un’altra bella lezione di educazione civica a questo Parlamento di impuniti. Pecorella, che un mese fa aveva definito il lodo Maccanico-Schifani sbagliato e incostituzionale, s’è rimangiato tutto: “I processi a Pera dimostrano quanto sia necessaria la legge sull’immunità per le alte cariche dello Stato”. Dimenticando che quella legge è già stata varata e poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta (oltrechè da lui); e che Pera, quando scrisse quell’ infame articolo, non era una carica né alta né bassa. Era solo Pera. L’ingegner ministro Castelli, pure lui impegnatissimo a perseguitare il giudice Sansa per le sue critiche al governo e tutti gli altri per la loro impudente osservanza della Costituzione, ha commentato: “Oggi il potere politico è indifeso davanti al potere giudiziario”. Qualcuno prima o poi gli spiegherà un sistema infallibile per evitare guai giudiziari, lo stesso praticato dai cittadini perbene: non commettere reati.



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sabato, 20 novembre 2004

Natale in casa Cappiello

La Margherita, in vista delle feste natalizie, ha voluto farsi un regalo: l’ingaggio di Tiziana Parenti detta Titti, Giuseppe La Ganga detto Giusy, Enrico Manca, Agata Alma Cappiello e prossimamente, se tutto va bene, Salvo Aldò. Brevi cenni biografici delle new entry.
Giusy La Ganga, già responsabile Enti locali del Psi, ha patteggiato 1 anno e 11 mesi di reclusione per corruzione e finanziamento illecito al Tribunale di Torino, dopo aver risarcito mezzo miliardo di lire. Si è appurato che non si era arricchito: rubava per il partito. Nel ’93 rinunciò all’immunità parlamentare per farsi interrogare dai pm torinesi e ammettere i suoi reati. E suggerì a Craxi di fare altrettanto, invano. Da allora è sempre rimasto dignitosamente appartato. Non ha mai partecipato a pellegrinaggi ad Hammamet nè ad attacchi alla magistratura.
Tiziana Parenti, già vicina alla sinistra extraparlamentare, già magistrato di Md, entrò nel pool Mani Pulite dove si occupò delle tangenti rosse senza cavare un ragno dal buco, poi diede la colpa ai colleghi e subito dopo si fece eleggere in Forza Italia, pur denunciandone le “infiltrazioni mafiose”. Divenne presidente dell’Antimafia, dove si distinse per aver definito “nazista” la sentenza di condanna di Bruno Contrada in primo grado, e per aver accusato falsamente Ilda Boccassini di aver pagato un pentito per coinvolgerla in storie di droga. Ultimamente, dopo molto girovagare, era segnalata dalle parti dello Sdi.
Agata Alma Cappiello, pasionaria craxiana, quando Bettino finì indagato lanciò l’“etica della legalità” nel Psi e si fece ricevere da Borrelli; scomunicò il segretario Del Turco che si era buttato a sinistra (“svende sottocosto il partito a un polo massimalista che nulla ha a che fare con le nostre tradizioni democratiche”), poi organizzò vari pellegrinaggi ad Hammamet nella villa dell’Esule; chiese a Boselli di scambiare l’appoggio al governo D’Alema con una commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e un salvacondotto per il rientro di Craxi a piede libero; nel 2000 partecipò ad Aulla (“comune dedipietrizzato”) all’inaugurazione del monumento a Craxi e alle altre “vittime di Mani Pulite” con Pomicino, Pillitteri, Martelli, De Michelis e altri pregiudicati.
Enrico Manca è stato deputato socialista dal 1972 al ‘94, ministro del Commercio estero nel 1980-‘81, presidente della Rai dal 1986 al ‘92, quando Viale Mazzini smise di fare concorrenza alla Fininvest e inaugurò la pax televisiva. Nel frattempo, come lui stesso ha raccontato il 28 maggio 2001 al processo Sme, teneva un tesoretto su un conto cifrato in Svizzera (quando la legge vietava l’esportazione di capitali), intestato a Cesare Previti, che poi gli portava i contanti in Italia. A lui la parola: “Nel ’77-’78 ho chiesto un’assistenza particolare a Previti: mia madre, timorosa della situazione economica, inflazione e così via, desiderò trasferire in Svizzera dei soldi. Io chiesi assistenza a Previti, lui mi disse che lo avrebbe potuto fare. Consegnai questi soldi: circa 400 milioni.(...) Si occupò lui di trasferirli e della gestione di questo conto in Svizzera (...). Io ogni tanto chiedevo a Previti di trasferirmi alcuni soldi in Italia, cosa che lui faceva. (...) Queste somme, almeno per cinque volte, per cinque bonifici, sono avvenuti tramite il conto dell’avvocato Pacifico.(...) L’ultimo bonifico è del 1993 e sono 70 milioni: in parte sono andati per un allargamento della casa di Capalbio, in parte a coprire delle spese perché avevo intanto fondato una rivista, ‘Pol-Is Politica e Istituzioni’, che aveva bisogno di sostegno”. Ora la “Pol-Is, fondata da Manca e Salvatore Cardinale (ex Forza Italia, ex Udeur), è entrata nella Margherita.
Domanda la Boccassini: “Lei ha detto che vi erano delle rimesse che tornavano in Italia: arrivava quindi contante?”. Manca: “Sì. Mi veniva consegnato da Previti. Personalmente nel suo studio”. Da dove arrivano i quattrini che Manca trasferisce illegalmente, via Previti, all’estero? Dai risparmi della madre, dice lui, e dai proventi della vendita di una casa a Roma. Dunque il presidente della Rai affidava il suo tesoro all’ avvocato della Fininvest, proprio mentre la Rai siglava la pax televisiva con la Fininvest. Ma il sodalizio andava ben al di là dei rapporti finanziari. Pm: “Lei frequentava anche casa Previti?”. Manca: “Sì, certo (...). Io ho frequentato sia via Cicerone che piazza Farnese (...). Ero responsabile per la politica economica del Psi e Previti era vicepresidente della Alenia Spazio. Siccome lui aveva questa casa grande, gli dissi se si potevano là organizzare dei cocktail per – tra l’altro per soli uomini – diciamo così, per impostare delle relazioni, insomma, e in generale erano imprenditori pubblici o privati (...) Poi c’erano alcuni miei amici (...) alcuni parlamentari come Andò, La Ganga, De Michelis... Poi invece ci sono state (...) cene o pranzi a casa Previti con... o persone di famiglia o con Confalonieri, lo stesso Berlusconi un paio di volte o di più”. Pm: “Renato Squillante lo conosceva?”. Manca: “Squillante lo conosco, ha frequentato gli ambienti socialisti”.
Enrico Manca risultava anche negli elenchi sequestrati della P2, con tessera numero 2148. Lui ha sempre negato di farne parte e intentato causa a chi scriveva il contrario. Ne vinse una contro Ernesto Galli della Loggia, nel 1985, davanti al Tribunale di Roma. Il suo avvocato era Previti, il testimone-chiave Maurizio Costanzo (tessera P2 n.1819), il giudice Filippo Verde. Ora Previti e Verde sono coimputati nel processo d’appello Sme-Ariosto: in primo grado Verde è stato assolto, Previti condannato a 5 anni, e Manca è entrato nella Margherita.
Per la cronaca, l’associazione “Pol-Is” di cui fa parte il quartetto si propone “il rinnovamento della politica e della democrazia”.









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giovedì, 18 novembre 2004

Odino Knaus

In questo revival bottegaio dei «valori» e della religione senza Dio, guai a bestemmiare, fumare, farsi una canna, fornicare, desiderare, masterizzare, viaggiare senza cinture o correre troppo in auto, convivere senza matrimonio, esercitare l'omosessualità, non santificare le feste. Restano bassine le quotazioni di due soli comandamenti: non dire falsa testimonianza e non rubare. Salvo che, si capisce, a rubare siano i disobbedienti con gli espropri nei supermarket. Nel qual caso, se uno porta via qualche libro e due cavolfiori senza pagarli, come dice il ministro Pisanu, c'è «l'arresto in flagranza: tolleranza zero contro l'illegalità». Se invece, per dire, uno ruba miliardi allo Stato pagando o intascando tangenti, è un martire e diventa deputato o amministratore dell'Enel; se latita all'estero, è un esule e merita una targa d'oro. Se uno deruba lo Stato evadendo le tasse, c'è il condono fiscale. E se uno ruba un'opera d'arte in un museo o in una necropoli, ecco pronto un altro condono, sponsorizzato da Forza Italia per iniziativa dell'onorevole Gabriella Carlucci. L'emendamento al Codice dei Beni culturali stabiliva (ora è sospeso) che il ladro di beni archeologici «ne acquisisce la proprietà mediante il pagamento del 5% del valore», purchè presenti una dichiarazione «attestante il possesso o la detenzione in buona fede». Vista la predisposizione di questa maggioranza a ritagliare leggi su misura per qualcuno particolarmente bisognoso, si accettano scommesse su quale esponente della Cdl abbia in casa una mummia egizia o una tomba etrusca sottratte, ovviamente in «buona fede», ai patrii musei. Ma l'autorevole Carlucci dissipa subito i sospetti: «Ho presentato l'emendamento - spiega - perchè così sarà definitivamente debellato il fenomeno dello scavo abusivo». Lo scopo è lo stesso dichiarato per tutti gli altri condoni (abusi edilizi, evasione fiscale, evasione del canone Rai, lavoro nero, fondi neri all'estero, falsi in bilancio e così via): «far emergere il sommerso». Un simpatico sistema di ricettazione di Stato, che potrebbe innescare un circolo virtuoso in tutti i campi della libera impresa criminale. Avete rapinato una banca e tenete la refurtiva in un sacco sotto il materasso col terrore di essere scoperti? Niente paura: restituite il 5% del bottino e ne acquisirete la proprietà. Così il sommerso emerge e si debella l'annosa piaga delle rapine. Avete trucidato un paio di persone che vi infastidivano e nascosto i cadaveri in cantina? Pagate una multa ai famigliari, chiedete scusa e tutto si chiuderà lì. Così emergono anche le salme sommerse e si debella il triste fenomeno degli omicidi. Ora Casarini & C. chiederanno di far emergere i loro libri e cavolfiori sommersi. Si prende un delitto, lo si legalizza in cambio di una modica multa, e il delitto sparisce. Geniale. Strano che nessuno ci avesse mai pensato prima.
Appare perfettamente coerente, in questo clima, l'appello del ministro Pisanu a «una rivolta morale» per debellare tutte le illegalità che affliggono il Paese. Appello raccolto immantinente da Marcello Dell'Utri, che ha fondato un'apposita casa editrice (Biblioteca di via Senato, BvS) per diffondere «le radici cristiane dell'Europa» (e che domenica parteciperà al raduno dell'editoria antiquaria col compagno Diliberto). Radici piuttosto ramificate, se si pensa che il neoeditore è reduce da un arresto, da una condanna definitiva per frode fiscale e false fatture, da una condanna in primo grado per tentata estorsione, ed è tuttoggi imputato per mafia, calunnia e falso in bilancio, ma in compenso è un devoto dell'Opus Dei. Un cattolico modello, perseguitato anche lui per la sua fede.
Fra i nuovi comandamenti rientra anche il divieto di frequentare arabi e/o musulmani, con la speciale esenzione per chi è socio del principe saudita Al Waleed e del suo emissario Tarak Ben Ammar. Per esempio il presidente del Consiglio. Il quale peraltro ha rapporti problematici con l'ottavo comandamento («non dire falsa testimonianza»): nel 1989 disse falsa testimonianza in tribunale sulla sua iscrizione alla P2, la Corte d'appello di Venezia lo riconobbe colpevole ma lo salvò l'amnistia; il che lo incoraggiò a continuare a mentire a tutto spiano, da mane a sera, in Italia e all'estero. Ma il settimo e l'ottavo comandamento sono ormai fuori corso, come la lira: si attende il condono.
Severamente vietato, invece, convivere senza essere sposati in chiesa, come ha ricordato l'arcivescovo di Bologna («le coppie di fatto sono una metastasi»). Immediata ed entusiastica l'adesione della Caserma delle libertà. Ma solo dopo aver avuto garanzie delle dovute esenzioni: per il presidente del Consiglio, divorziato e per giunta massone deviato; per il presidente della Camera, divorziato; per il leader della Lega Nord, divorziato; per il vicepremier e prossimo ministro degli Esteri, che ha sposato una divorziata; per il ministro della Giustizia (divorziato) e per quello delle Riforme istituzionali, entrambi sposati in Padania col rito celtico, con tanto di druido, calice di sidro e invocazioni al dio Odino (che i due, peraltro, credono essere l'inventore del metodo contraccettivo naturale: il celebre Odino Knaus).






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martedì, 16 novembre 2004

Barba e capelli


Guarda un po', alle volte, i casi della vita. Giovedì scorso l'Italia unanime si stava congratulando con Canale 5, «vero servizio pubblico», per l'ottima fiction su Borsellino. E subito Canale 5 licenziava Mentana per sostituirlo con Rossella, noto visagista-tricologo. Così l'Italia unanime si precipitò a solidarizzare con il subcomandante Enrico e a piangere sulla tomba il suo Tg5 libero e indipendente. E subito, a turbare le esequie, giunse da Padova la notizia del terribile agguato a due giovani coniugi, incatenati, aggrediti a colpi di martello e lasciati in fin di vita in una villa del Padovano, forse a scopo di rapina. Così la mente correva alle leggendarie edizioni del Tg5 della campagna elettorale 2001, che rappresentavano un paese (l'Italia) in preda a orde barbariche di clandestini e rapinatori, grazie ai governi dell'Ulivo. In stereofonia con quella sacra rappresentazione, Silvio Berlusconi, padrone anche del Tg5, infestava l'Italia di manifesti con scritto «Città più sicure» promettendo di dimezzare i reati e di azzerare gli sbarchi di immigrati. Non appena il Cavalier Padrone ebbe vinto le elezioni, sbarchi e rapine sparirono (o quasi) dal Tg5. Ma non dal Paese dove, anzi, crebbero e si moltiplicarono. Ragion per cui, ieri, i telespettatori orfani del tg libero e indipendente devono essersi domandati, increduli, a proposito della feroce rapina di Padova: vuoi vedere che, niente niente, l'Ulivo è tornato al governo e non ci han detto nulla?
Col tempo, quando il regime sarà caduto e tornerà un minimo di informazione, qualcuno potrebbe addirittura porsi un'altra domanda: ma come mai, nell'ottima fiction su Paolo Borsellino, non si faceva alcun cenno all'intervista-testamento rilasciata dal giudice tre giorni prima che ammazzassero Falcone e 50 giorni prima che ammazzassero lui? Si tratta della celebre intervista trasmessa nottetempo da Rainews24 e ripresa poi da quei criminosi di Luttazzi e Santoro. Sarebbe stato un ottimo finale, mostrare Borsellino mentre annuncia a due giornalisti francesi che la sua Procura sta indagando sui rapporti fra Berlusconi, Dell'Utri e Vittorio Mangano, che a suo avviso non era uno stalliere, ma un «uomo d'onore di Cosa Nostra, terminale del traffico di droga a Milano, testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia». Ma pareva brutto parlare di corda in casa dell'impiccato.
Che, a 11 anni dalla discesa in campo del Cavaliere, Mentana e chi per lui comincino a domandarsi se non esista un possibile conflitto d'interessi fra il padrone del Tg5 e il padrone del regime, è incoraggiante. C'è chi, come Montanelli, l'aveva già capito nel 1993, ma non tutti hanno i riflessi così pronti. Mentana, quando Indro fu cacciato dal Giornale che aveva fondato, dichiarò impavido: «Sto cominciando a sentirmi a disagio» (8-1-1994). Ma fu un attimo, poi gli passò.
Due mesi dopo il pool di Milano chiese al gip l'arresto di Dell'Utri: lui sparò la notizia (una richiesta di arresto non ancora valutata dal gip!) al Tg5, così il polverone salvò dalle manette l'amico del padrone. Dell'Utri ringraziò: «Devo ancora ringraziare il Tg5 se non sono andato in carcere». Da buon craxiano, Mentana partecipò attivamente all'attacco contro la magistratura. Nel '95 serviva una faccia presentabile per depistare le indagini su All Iberian, la società off-shore usata da Berlusconi per imbottire Craxi di miliardi. Il 24 novembre l'apposito Mentana intervistò, a Parigi, il socio arabo del Cavaliere, Tarak Ben Ammar, il quale giurò al Tg5 che non c'era nulla di illecito: l'amico Silvio gli aveva pagato 15 miliardi per certi diritti televisivi e per uno spiacevole disguido i quattrini erano finiti su un conto di Craxi anziché sul suo.
La balla era talmente grossa che, convocato dal tribunale per ripeterla sotto giuramento, il buon Tarak preferì non farsi vedere. Nel 2001, debilitato dalle accuse di Montanelli («questa è la destra del manganello, alla Rai faranno piazza pulita, era Mussolini che non sopportava la satira»), il Cavaliere si rifà il trucco elogiando la satira «buona» di Sabina Guzzanti contro quella «cattiva» di Luttazzi. Mentana, prontamente, spara la notizia al Tg5 e chiede un'intervista a Sabina. Lei accetta, ma a un patto: rompere il gioco di Berlusconi esprimendo massima solidarietà a Luttazzi. Mentana promette non una, ma tre volte. Poi taglia tutte le frasi di solidarietà a Luttazzi. Il gioco (del Cavalier Padrone) è fatto: Sabina buona contro Luttazzi cattivo. Gioco tanto più riuscito in quanto - Berlusconi dixit - «il Tg5 è di sinistra». Mentana completa l'opera facendo campagna elettorale per l'astensione: tipico atteggiamento da comunista.
Gli ingenui, per troppo affetto, pensavano che facesse così perché eseguiva degli ordini. Ora invece apprendiamo dalla sua viva voce che, «in tredici anni, Berlusconi non mi ha mai chiesto nulla». Dunque lo faceva gratis, spontaneamente. Ma ora non va più bene nemmeno lui: seguitava a mandare in onda la pelata berlusconiana senza ritoccarla nemmeno un po'. Non aveva capito che siamo in un regime e certe cose non si fanno. Il coiffeur Rossella, invece, l'ha capito da un pezzo. Un padrone - diceva il maggiordomo Jeeves nei romanzi di Wodehouse - lo si giudica dai servitori che si sceglie. E viceversa.







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mercoledì, 10 novembre 2004

Tutto fumo, niente arresto

 

 



Ora finalmente è chiaro chi minaccia l'on.avv.prof. Carlo Taormina al punto da costringerlo a vivere sotto scorta: Carlo Taormina. Tutti i suoi processi, anche se difende un automobilista accusato di aver ammaccato un parafango altrui, si trasformano in maxiprocessi che partoriscono altri maxiprocessi a catena, in una selva di denunce, controdenunce, autodenunce, esposti, controesposti, autoesposti, perizie, controperizie, autoperizie che tengono impegnate per lustri decine di procure e quindicine di tribunali coinvolgendo vicini, zie, nipoti, cugini, investigatori e investigati, periti, consulenti, magistrati, avvocati, imputati, vittime, difensori, accusatori, uscieri, cancellieri, segretarie, autorità civili, militari e religiose. L'unico uscito sinora indenne da questa giungla di guai era lui, Taormina. Riusciva (o aspirava) a svolgere contemporaneamente le parti di difensore, pm, testimone, perito, parte civile, giudice di primo, secondo e terzo grado. Ma gli mancava quella di imputato. Ora, dopo l'avviso di garanzia della Procura di Torino, anche questa piccola lacuna è colmata. L'on.avv.prof. è indagato nel caso di Cogne per calunnia e frode processuale insieme ai suoi numerosi consulenti, per aver taroccato le prove al fine di incolpare dell'omicidio di Samuele il solito vicino di casa, ovviamente innocente.
Non sappiamo se augurarci che la gravissima accusa si riveli fondata o infondata. Perchè, se fosse fondata, dimostrerebbe plasticamente dove portano dieci anni di difesa alla Berlusconi. Non nel processo, ma dal processo. Non sulle carte, ma sui complotti. Non per discolpare l'imputato, ma per incolpare i giudici. Dove porta la cultura esasperata delle «indagini difensive» che affida agli avvocati lo stesso potere investigativo dei magistrati. Dove porta il garantismo all'italiana, disposto a calunniare innocenti pur di salvare i colpevoli. Dove porta la privatizzazione della giustizia, che consente a chi se lo può permettere (o pensa di poterselo permettere) di fabbricarsi in casa il pm, il tribunale, le leggi penali e procedurali e ora - se l'accusa fosse fondata - persino le prove, nell'ambito di quel bricolage giudiziario ampiamente collaudato nei processi al premier e ai suoi cari, a mezzadria fra aule di giustizia e aule parlamentari.
L'altra sera Taormina ha voluto festeggiare l'avviso di garanzia negli ospitali studi di Porta a Porta, scortato da due osservatori super partes: i coniugi Lorenzi, i quali - dall'alto della condanna in primo grado a 30 anni appena rimediata dalla signora - hanno potuto illustrare ai telespettatori la loro spassionata opinione sull Procura e sul Gup di Aosta, nonchè sulla Procura di Torino (la stessa che, fino all'altro giorno, veniva invocata come la sede più serena e capace per trovare il «vero colpevole») e più in generale sull'intera Giustizia italiana. Vespa, accudito dalle tradizionali badanti Crepet, Palombelli e Bruno, orfane del plastico dello chalet ma affiancate dalla new entry Belpietro, officiava il sessantaseiesimo rito cognense con la consueta maestria: «Non è nostra abitudine - spiegava - invitare persone indagate, ma in questo caso...». In effetti, a parte Scattone e Ferraro, gli amanti di Montecastrilli, Andreotti, Previti, Mannino, Contrada, l'imam di Carmagnola, Wanna Marchi con figlia al seguito e mago Do Nascimiento latitante al telefono e qualche canaro sciolto, non s'erano mai visti indagati a Porta a Porta.
Mancava all'appello l'ultima spalla del Taormina, il detective Giuseppe Gelsomino della «Shadow Investigations», anche lui indagato: era impegnato in contemporanea in un'intervista alle Iene, in cui si autoproclamava «uno dei migliori investigatori d'Europa», vantava di aver «risolto il giallo di Cogne in quattro giorni», chiedeva perciò «una medaglia» (come Berlusconi per il caso Sme) e sfoderava un alibi di ferro: «Se avessi messo io quelle impronte sulla scena del delitto, avrei messo quelle giuste». Anche Taormina, intervistato da Sabelli Fioretti per Sette, aveva detto qualcosa di simile, rimproverando al pm Nordio di non aver incastrato D'Alema e Occhetto per le tangenti rosse. Obiezione di Sabelli: «Non c'erano prove». E Taormina: «Se capitava a me, stia tranquillo che...». Sabelli: «Quelle prove venivano fuori?». Taormina: «A costo di fabbricarle». Ecco: a Cogne pare le abbiano fabbricate, solo che hanno sbagliato i tempi: le avrebbero messe lì dopo che il pavimento era già cosparso di «luminol». Errori d'inesperienza. Mancanza di allenamento. Andrà meglio la prossima volta.
In attesa di nuovi sviluppi, si può tracciare un bilancio provvisorio dei danni, dal giorno in cui Taormina assunse le redini della difesa. Appena arrivato, riuscì subito a convincere il tribunale di Torino a revocare la scarcerazione della sua cliente. Poi denunciò nell'ordine: i pm aostani, i loro periti, i carabinieri del Ris, il gip, il gup, alcuni avvocati che avevano abbandonato di corsa la difesa, e persino Vespa che l'aveva trattato male. All'udienza preliminare ottenne il rinvio a giudizio della signora e al processo strappò il massimo della pena. A quel punto, il geniale cambio di scena da Aosta a Torino, con pellegrinaggio davanti a Gian Carlo Caselli per denunciare il vicino di casa (definito prudenzialmente il «vero assassino»). Risultato: immediata incriminazione della signora e del marito (ancora intonso da accuse), nonchè di tutti i consulenti della difesa e infine dello stesso Taormina. Un trionfo. In attesa che l'on.avv.prof denunci tutti alla Procura di Milano chiedendo alla Boccassini di assumere la direzione delle indagini, si profila un colpo di scena davvero clamoroso. Per difendersi dall'accusa di calunnia, Taormina ha detto a Porta a Porta: «Che c'entro io con la denuncia contro il vicino di casa? L'ha fatta la mia cliente, mica io». Si attende ad horas un esposto dell'avvocato contro la sua assistita. Dopodichè, non potendo più denunciare se stesso (l'ha già fatto), all'on.avv.prof. non resterà che l'estremo gesto: arrestarsi da solo






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martedì, 09 novembre 2004

Giulianone alle crociate


È un vero peccato che, come dice Luttwak, negli Stati Uniti non si badi alla politica italiana («ininfluente, inesistente») e dunque non si leggano i giornali italiani né si faccia caso alle tv italiane: con tutte le paure che attanagliano il popolo americano, sarebbe un'occasione per qualche ora di sano svago. Nel nostro mondo a parte, per esempio, c'è un presidente del Consiglio convinto che Bush abbia vinto le elezioni perchè ha copiato da lui riducendo le tasse: neppure gli viene in mente che Bush le tasse le ha tagliate davvero, mentre lui le ha ridotte nei cartelloni pubblicitari e nei monologhi a Porta a Porta (ieri i tg annunciavano comicamente a reti unificate che «Berlusconi rilancia la riforma fiscale nel prossimo libro di Vespa»). Ci sono pure eminenti leader dell'opposizione convinti che le elezioni le abbia perse Michael Moore e, per estensione, i girotondi. Poi c'è Giuliano Ferrara, che è un mondo a parte nel mondo a parte: lui è convinto di aver vinto le elezioni americane in Italia.
Chi volesse meglio comprendere le evoluzioni e le reincarnazioni di questo bizzarro personaggio non ha che da leggere «L'arcitaliano» (Kaos), biografia non autorizzata e molto informata scritta da Pino Nicotri su questo eterno raccomandato, sempre dalla parte del più forte e del più prepotente, dalla Russia di Stalin alle ginocchia di Togliatti, dagli stivali di Craxi alle buste della Cia, dai tacchi di Berlusconi alla valigetta di Calisto Tanzi. Mancava un solo coté alla sua peripatetica esistenza: quello clericale. Lacuna prontamente colmata nell'ultimo mese, con la recente folgorazione dovuta a un evento soprannaturale davvero irresistibile: gli è apparso Rocco Buttiglione di bianco vestito e gli ha affidato una missione di alta spiritualità: diffondere il Verbo di Bush in tutt'Italia, isole comprese, da Arcore a Gallipoli. Il Platinette Barbuto s'è subito convertito, pescando alla rinfusa nel Concilio di Trento, nel Sillabo, nell'opera omnia di Torquemada, Oriana Fallaci e Brancaleone alle crociate. E trasformando il Foglio nella bibbia-bignami di una nuova religione: l'ateoclericalismo. Una strana setta popolata di miscredenti dichiarati (ci sono anche Pera, Galli della Loggia, Ostellino, Panebianco, Rossella e Adornato) che curiosamente si battono per le «radici cristiane dell'Europa», dopo aver passato anni a combattere il comunismo appena morto. Ieri anticomunisti senza comunismo, oggi religiosi senza Dio.
A bordo di Ferrara, è già partita la prima crociata: contro quel «manipolo di girotondini» che «tiene in ostaggio il Parlamento europeo» (i celebri «culattoni» di cui parla un altro prestigioso socio onorario del club). Insomma contro il complotto demoplutomassonico che avrebbe le sue punte di lancia in Michael Moore, Pedro Almodovar e addirittura Franco Frattini. Secondo Ferrara, infatti, il nuovo commissario europeo, colpevole soltanto di aver sostituito l'amato Rocco, «si è formato in ambienti massonici». Dunque, al rogo (anche Berlusconi era iscritto a una loggia massonica, tale P2, ma paga bene e lo si lascia in pace).
Per spiegare la differenza fra De Gasperi e Andreotti, Montanelli diceva: «Il primo parla con Dio, il secondo parla col prete». Ecco: Ferrara non parla nè con Dio nè col prete; parla con Buttiglione. Che poi è l'unico che gli risponde. Strana liaison, la loro. Nel '95, quando il fratacchione di Gallipoli approdò al Polo, il Platinette Barbuto lo fulminò: «L'onorevole Buttiglione ci ha portato il voto suo e quelli dei suoi parenti stretti». Ora che i voti di Buttiglione si sono ulteriormente ridotti dopo il figurone europeo, Ferrara l'ha eletto a sacerdote del bushismo all'italiana. Trascurando una lievissima differenza. Bush ha dalla sua qualche decina di milioni di voti, di cui 4 solo dalla setta degli evangelici, lobby potentissime, i petrolieri al completo, la famiglia saudita, le multinazionali delle armi, miliardi a palate. Ferrara ha 8 mila lettori scarsi, che corrispondono più o meno agli elettori di Buttiglione; più gli «ascoltatori di Radio Maria che - come informa Libero - lo vedono come l'unico possibile Bush italiano»; più i due o tre lettori di una rivista clandestina diretta da tal Luigi Amicone, il ciellino di belle speranze (peraltro irrealizzate) che sabato ha «moderato» la prima uscita della strana coppia in un teatro di Milano, aperta con un inno religioso e chiusa con un'invocazione dell'incolpevole Spirito Santo.
Ora questi tre noti frequentatori di se stessi si son messi in testa di fondare un nuovo movimento politico, spiritosamente battezzato «La società dei liberi». Che, per una sigla inventata da un signore che prendeva soldi fuoribusta dalla Cia e poi dal cavalier Tanzi, non è niente male. Ma le rimanenze dei fondi neri ormai scarseggiano. Così l'altro giorno, seminascosto fra le lettere del Foglio, è comparso il conto corrente per le eventuali offerte: «Presso Banca di Roma - Agenzia 5 di Milano. Il numero è cc 65522039. Abi 3002». Causale del versamento: «La Società dei Liberi». Banconote di piccolo taglio, possibilmente non segnate. Astenersi demoplutomassonculattoni.

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lunedì, 08 novembre 2004

Chi vuol esser magistrato

Passati in Parlamento gli esami psicoattitudinali per i futuri magistrati, notoriamente matti prim'ancora di cominciare, si passerà immantinente a formare la commissione esaminatrice. Dalle prime indiscrezioni che filtrano da Via Arenula, siamo in grado di rivelare da chi sarà composta e, soprattutto, le tracce dei test a cui verranno sottoposte le aspiranti toghe. Gli esaminatori saranno, ovviamente, giuristi di chiara fama e di specchiata moralità. Oltre ai membri di diritto - l'ingegner Roberto Castelli, in qualità di presunto ministro della Giustizia, e il commendator venerabile Licio Gelli, in qualità di inventore dei test psicoattitudinali per i magistrati (vedi «Piano di rinascita democratica», 1976) - la commissione schiererà l'on. avv. Cesare Previti per il settore tributario; l'on. cond. Marcello Dell'Utri (pure lui laureato in legge), per il ramo criminalità organizzata & stallieri; l'on. avv. Carlo Taormina per il reparto infanticidi; il pres. gov. imp. Totò Cuffaro, in omaggio alla devolution. Ciascun membro potrà nominare consulenti tecnici esperti nelle varie materie: già si fanno i nomi dell'investigatore Gelsomino, reduce dai fasti di Cogne; di Renato Squillante, reduce da un tour europeo fra la Svizzera e il Liechtenstein; e di Igor Marini, reduce dal carcere di Torino.
I test saranno improntati allo schema dei più moderni telequiz di Amadeus e Gerry Scotti e simpaticamente intitolati «Chi vuol esser magistrato».
Ecco, di seguito, le domande approntate dalla commissione per il primo concorso. Il candidato dovrà dimostrare il suo equilibrio mentale scegliendo la risposta esatta fra tre proposte.
1. Il ministro Castelli, a proposito della riforma dell'ordinamento giudiziario, ha parlato di «blindatura». Si riferiva:
a) al caveau della banca svizzera che conserva i fondi neri della Fininvest;
b) all'immodificabilità della sua riforma in Parlamento;
c) ai politici che, con l'ordinamento attuale, verrebbero blindati in luoghi sicuri, mentre con quello nuovo diventeranno almeno ministri.
2. Che cosa deve fare un giudice quando si ritrova per le mani un'indagine su un soggetto difeso dall'avvocato Taormina?
a) Autodenunciarsi per bruciare sul tempo l'avvocato Taormina.
b) Affidare le indagini, le perizie, la requisitoria, la sentenza di primo, secondo e terzo grado all'avvocato Taormina.
c) Condannare subito il vicino di casa per guadagnare tempo.
3. Il gip barese De Benedictis è finito nell'occhio del ciclone per aver definito "mercenari" i mercenari italiani in Iraq. Che cosa avrebbe dovuto fare invece per ottenere encomi solenni?
a) Far sparire il fascicolo d'indagine mangiandoselo fino all'ultima pagina.
b) Chiamare «mercenarie» le due Simone e «missionari» i mercenari.
c) Darsi malato.
4. Nel caso in cui, per la nomina del prossimo procuratore nazionale antimafia, concorressero Corrado Carnevale e Gian Carlo Caselli, chi dei due sarebbe secondo voi il più meritevole?
a) Carnevale perchè la mafia la conosce meglio.
b) Caselli perchè, come dice giustamente Riina, è comunista.
c) Nessuno dei due perchè sono entrambi magistrati.
5. Quando l'imputato è presidente del Consiglio, che fare?
a) Dichiararlo subito immune, cogliendo in contropiede il Parlamento.
b) Chiedere prima a Giuliano Ferrara.
c) Suicidarsi, lasciando un biglietto con scritto che è colpa dei giudici.
6. Quando l'imputato è un ricco imprenditore o un professionista facoltoso coinvolto in storie di tangenti, mafia, bancarotta, frode fiscale o falso in bilancio, che fare?
a) Assolverlo senza nemmeno guardare le carte.
b) Condannarlo per fargli guadagnare punti preziosi ai fini della sua prossima carriera politica.
c) Promuoverlo direttamente ministro o sottosegretario o presidente del Consiglio, per non fargli perder tempo.
7. Com'è finito il processo Andreotti a Palermo?
a) Prescrizione del reato «commesso» fino al 1980, assoluzione per insufficienza di prove dopo il 1980.
b) Assoluzione plenaria urbi et orbi (soprattutto orbi) con annessa beatificazione in vita.
c) Come nella risposta a), ma è meglio rispondere con la b).
8. La mafia esiste?
a) No, come pensa Dell'Utri.
b) Non so, come dice Dell'Utri.
c) Sì, come dimostra Dell'Utri.



































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